mercoledì 24 ottobre 2012

Razionale o Irrazionale... Dipende dal risultato

Mi è capitato spesso, ultimamente, di sentire criticare la razionalità.
Frasi come: "Pensi troppo, ti preoccupi troppo, io agisco d'istinto, di pancia, senza pensare, lasciarsi andare alle emozioni" e via discorrendo, credo le abbiamo dette e sentite più o meno tutti.

E così, come mio solito, da perfido calcolatore razionale quale sono, mi sono messo a riflettere... Un evento della mia vita mi pone di fronte ad una scelta, all'improvviso: come agisco? D'istinto, oppure rifletto?

Nel mio caso, direi decisamente la seconda: rifletto, ci penso, poi ci ripenso... troppi troppi pensieri e alla fine magari non combino nulla. Quindi la razionalità è negativa? No, secondo me dipende dal risultato.

Immaginate questa scena.
Un gruppo di amici organizza una cena. Stabiliscono posto, ora e altri dettagli.
Il giorno e all'ora concordati (anzi, magari pure un po' in anticipo) alcuni dei partecipanti si presentano al luogo concordato e prendono posto: quindi cominciano ad aspettare gli altri. Aspettare... che barba aspettare, aspettare... da fastidio a tutti.
L'ora dell'appuntamento arriva: ma degli amici ancora nessuna traccia. Cominciano i malumori.
"Sono sempre i soliti! Se sei in ritardo almeno avvisa! Ho fame! Mi rompe di stare qui ad aspettare i comodi degli altri!" e via discorrendo.

Infine, diciamo dopo una mezz'ora o più di ritardo, ecco finalmente giungere i ritardatari. E' questo il momento in cui la storia può prendere due strade.

1) L'aggressione
Alcuni amici, giustamente risentiti per il ritardo e per il mancato avviso, affrontano i ritardatari a muso duro. "Non si fa così, ci avete mancato di rispetto, non siamo mica i vostri zerbini..." ecc ecc. Reazione d'istinto, diciamo. Certamente giusta, se si vuole ragionare su chi ha ragione, tuttavia dal risultato pessimo. Ovvero, una serata passata col malumore, con musi lunghi, o peggio ancora, con finta allegria. L'imbarazzo di chi ha assistito alla "punizione"... serata rovinata insomma. Colpa di chi è arrivato in ritardo certo, ma forse anche nell'eccesso di "istinto" di chi ha reagito.

Infatti nella seconda opzione

2) Chissenefrega
Quando i ritardatari arrivano, i brontolii cessano, chi è più infastidito conta fino a 10, poi sorride: chi ha aspettato abbraccia i nuovi arrivati, si ride, si scherza. In due minuti nessuno si ricorda più del ritardo, del nervosismo. Si beve, si mangia, si festeggia, si ride. Avendo pensato quei 10 secondi in più, avendo scelto di lasciar correre, la serata è stata splendida e chi si era innervosito si sente pure un po' stupido, per essersela presa per così poco.

Allora reagire razionalmente è meglio che reagire d'istinto? Dipende. Mi viene in mente quest'altra scena.

1) Due persone si incontrano in metropolitana (treno, mercato, dove vi pare): si scambiano uno sguardo e nel giro di mezz'ora sono a letto insieme.

2) Le stesse due persone si incontrano nello stesso posto: si scambiano uno sguardo, ma poi vengono assaliti dalla paura, dall'imbarazzo, da troppi pensieri. E tirano ognuno per la propria strada, soffocando il desiderio e rimuginando su "cosa sarebbe stato se..."

Certamente la prima reazione è istintiva: non pone pensieri, ma porta ad un risultato splendido.
La seconda reazione, invece, più razionale, ha il pessimo risultato di farci sentire piccoli e indesiderati.

Allora, è meglio essere razionali o irrazionali?
Direi che dipende dal risultato... Bisogna pensare sì, ma quel tanto che basta per capire dove ci porterà la reazione che stiamo per avere, la scelta che stiamo per fare. Un po' di pensiero non guasta, prima di lasciarsi andare. Un po' di follia e d'istinto, non guastano in nessun pensiero.

Siete più razionali o più istintivi? Qualunque sia la risposta, se incontrate qualcuno in metropolitana... beh, pensate quel tanto che basta a farvi prendere le giuste precauzioni, poi... lasciatevi andare...



domenica 14 ottobre 2012

La gerla

E' normale sentirsi esausti alla mia età?
Non ho ancora 30 anni... e ogni passo sembra costare una quantità di energie vasta come l'oceano. E non solo io: ascolto le persone attorno a me e sento sempre le stesse parole. "Sono stanco."

Siamo un mondo di esausti? Senza battaglie, senza sogni, senza speranze, senza entusiasmo?
Cerchiamo risposte, arranchiamo nel buio alla ricerca di una luce?
 
Mi è venuta in mente questa immagine: tutti noi camminiamo con una gerla sulla schiena.
Quando nasciamo la nostra gerla è vuota, leggera e noi possiamo volare col corpo e con lo spirito.

Crescendo, però, iniziano le resposabilità: così mettiamo delle pietre nella nostra gerla. Dobbiamo affrontare scelte difficili: altre pietre... Ci proibiamo ciò che vorremmo, ci neghiamo i nostri sogni, nascondiamo la nostra personalità per adeguarla a quella del gruppo, del mondo, della religione, del lavoro, della società... Altre pietre... Ad ogni evento di questo tipo, la nostra gerla diventa sempre più pesante.

Tuttavia, i sassi dalla gerla si possono anche togliere: ogni volta che seguiamo il nostro cuore, ogni volta che ci ribelliamo alle imposizioni, alle usanze stupide, ogni volta che vinciamo una sfida contro il mondo e contro noi stessi.

Va da sé, se siamo ragazzi nel pieno della ribellione ormonale, è più facile svuotare la propria gerla. Crescendo, però, aumentano le responsabilità, i doveri e i divertimenti calano... Quindi sono molto più i sassi che mettiamo nella gerla, di quelli che togliamo. E così ci sentiamo esausti e... non abbiamo più voglia di camminare sul sentiero della vita, figuriamoci di correre o volare...

E' difficile (anche se non impossibile) liberarsi di questo peso completamente: tornare a quella condizione selvatica, estatica, del bambino con la mente sgombra da ogni paura, con una folle e piena fiducia nella vita: con quell'entusiasmo e curiosità inarrestabili...

E' certamente possibile e nemmeno troppo complicato cercare di togliere almeno qualche sasso... se non altro per camminare un po' più leggeri. Almeno per smettere di arrabbiarsi con la vita.

Il primo passo, ovviamente, è volerlo fare: il primo passo e smettere di vedere tutto nero, ma cercare quella luce, quella che cerchiamo sempre, ma che ormai abbiamo perso la speranza di trovare... Quella luce, in realtà, c'è, c'è sempre stata ed è dentro di noi. Siamo noi la luce che cerchiamo.

Il primo passo, la prima pietra da togliere, è quindi questa: smettere di pensare che non siamo importanti, smettere di pensare che non meritiamo. Smettere di credere che la nostra luce debba venire dal di fuori, che siano religioni, vestiti, lavoro o amori. La nostra luce siamo noi, il nostro eroe siamo noi, la nostra guida siamo noi. Dobbiamo solo ricordarlo.

Allora ogni giorno, appena svegli, prendiamoci un po' di tempo per noi. Restiamo ad occhi chiusi e sentiamo tutto il peso della nostra gerla carica di sassi sulla schiena, che fa desiderare di poter dormire un altro po', che ci toglie l'entusiasmo per alzarci e goderci questa splendida giornata che la vita ci ha concesso.

Togliamo un sasso. Uno solo. Sentiamo più leggeri, sentiamoci vivi, sentiamo importanti; per il mondo forse non conteremo nulla, ma per noi stessi siamo tutto...



lunedì 1 ottobre 2012

La mezza follia

Mi è capitato, di recente, di sentirmi porre la seguente domanda: 
"Da 1 a 10, quanto sei pazzo?"
Mi è venuto di impulso rispondere 11, semplicemente perché era una bella risposta. Riflettendoci, tuttavia, mi sono reso conto che la risposta è 5.

Sono pazzo 5, ovvero nel mezzo. Ed è davvero la condizione peggiore.
Non sono abbastanza pazzo da fregarmene delle conseguenze, ma non sono abbastanza sano per evitare di fare pazzie.

Sono là, sulla lama di un rasoio...

Appena oscillo un po' verso la follia, precipito e parto per folli avventure; nel pieno dell'avventura, la mia parte ragionevole si fa sentire e vengo colto dal panico e dal terrore totale.

La parte ragionevole allora mi porta ad impegnarmi nelle cose di ogni giorno, nei progetti sociali e instilla in me molti buoni propositi; ma basta che la mia anima folle rialzi appena la testa che ecco, pianto tutto, lasciando chi contava su di me a bocca aperta, stupito e arrabbiato per il mio repentino abbandono...

Salvo poi pentirmene subito dopo, al riaffiorare della ragione e cercare di tornare sui miei passi.

Il territorio di mezzo, la linea rossa su cui non si deve stare, in cui non si deve indugiare: io sto e indugio proprio là. Ad un bivio ci sono da scegliere due strade: ne scelgo una, ma poi mi pento e torno indietro e imbocco l'altra, dopodiché ritorno ancora sui miei passi e avanti così... senza mai giungere ad una decisione...

Le voglio percorrere entrambe, è questa la verità: non ve n'è una che preferisco o più giusta, sono entrambe giuste. E non voglio fare questa scelta...



lunedì 24 settembre 2012

Aspettando...

Sono impegnato in pensieri profondi e grandi castelli d'aria e fumo.
Ascolto musica, leggo, faccio tante cose e ho momentaneamente abbandonato il blog.
Tuttavia, ci sono altri che scrivono cose stupende e per il momento abbandono la scena per fare pubblicità a loro...

Aspettando di tornare a condividere i miei pensieri, consiglio il seguente post, scritto da Camilla.

http://spiritualitaquotidiana.blogspot.it/2012/09/le-erbacce-sono-erbacce.html

Buona lettura

mercoledì 5 settembre 2012

Andare contro tutti... o no?

Succede, alle volte, di reprimere i propri desideri.
E non parlo qui dei desideri violenti o che danneggino in qualche modo gli altri: parlo della semplice padronanza di sé, dei propri piaceri, di quello che ci rende felici.

Dovrebbero essere le cose più normali del mondo, per noi lo sono, ma... insorge un problema. La libertà. Noi non siamo liberi.
 
Accade spesso, che tra noi e la nostra libertà, si aggiungano sempre nuovi ostacoli, di varia natura. Persone, che con i loro atteggiamenti, le loro minacce, le loro lusinghe, i loro inganni perfino, instillano dubbi e paure nella mia mente; paure di perdere qualcosa o di fallire; problemi di salute, di tempo, di coraggio...

E' facile rinunciare alla propria libertà: è così rassicurante, è un tale sollievo, sapere di non dover faticare, soffrire, combattere... Perché
la vera libertà si trova solo alla fine di una lotta atroce e cruenta: e altrettanto dovremo lottare per non perderla. Chi è libero, è sempre in guerra.

Tuttavia... chi vive facilmente, vive anche infelicemente. Si è sereni, ma non appagati: tranquilli, ma non felici... E se dentro si ha un lato indomito, una parte oscura e curiosa che non si fa legare e imbavagliare, allora la vita facile, vissuta nel proprio recinto da buoni, civili e obbedienti bambini... dopo un po' comincia a pesare.

Certo si può sempre mettere a tacere quella voce: è talmente facile. L'alternativa sarebbe scatenare una guerra, le cui vittime sarebbero i nostri affetti più cari e tutte le nostre certezze. La nostra salute, perfino. E per avere cosa alla fine? Una libertà amara, continuamente minacciata... Fatica, lotte, una domanda che si insegue continuamente, senza mai trovare risposta...

E' una cosa indesiderabile, logorante: per il bene delle persone che ho attorno, tutto voglio per loro, fuorché la loro libertà.

Ho notato questo paradosso: se una persona estranea sostiene di aver spezzato dei legami, di aver violato le regole, di aver rischiato pur di trovare la sua identità e libertà, io, tutti noi credo, approviamo. Applaudiamo, invidiamo, ha fatto bene, che diamine!!
Eppure, il nostro entusiamo cambia radicalmente, se a proporre una simile avventura è qualcuno molto vicino a noi, un amico, un parente, un fidanzato, figlio... Qualcuno che fa davvero parte della nostra vita. Allora la ricerca diventa un errore, una follia, un atto di odio verso di noi e i nostri sentimenti. E facciamo di tutto, perché quella persona, per noi così importante, rinunci al suo proposito: magari subito dopo aver lodato lo sconosciuto per le stesse cose. "Lui può, tu no". Utilizziamo ogni mezzo: dissuasione, senso di colpa, minacce, lusinghe... Ogni mezzo, anche fisico a volte, pur di non concedergli la libertà cui anelano. Perché?

Perdere il controllo... Noi detestiamo perdere il controllo sul nostro mondo. Vorremmo che ogni cosa si svolgesse come noi abbiamo deciso, che ogni tessera del nostro mosaico si incastri alla perfezione. Vogliamo controllare le persone che ci sono vicine. Per questo esultiamo e approviamo lo sconosciuto che ha avuto il coraggio di opporsi: ha turbato il mondo di qualcun altro, a me che me ne importa?

E, la maggior parte delle volte, noi li pieghiamo: pungiamo nell'onore, negli obblighi, nella compassione... e così li facciamo rinunciare a ciò che li rende felici. 

"Li facciamo rinunciare alla loro felicità, per la nostra", direte voi, e invece no! Perché, per quante rinunce faranno per noi, per quanti sforzi, per quanto impegno ci metteranno a farci felici, non sarà mai abbastanza. Si divoreranno, si consumeranno, sprecheranno gli anni più belli della loro esistenza cercando di rendere contenti gli altri, noi, e sarà tutto inutile. Poiché la nostra felicità non dipende da loro, anche se noi vorremmo farglielo credere. Glielo facciamo credere per controllarli, perché se anche la loro obbedienza non ci fa felici, la loro disobbedienza ci spaventa più di qualunque altra cosa... Ci spaventa perché mette disordine nel nostro mondo...

E allora questa è una guerra. Una guerra per l'oppressione. Una guerra subdola e psicologica, fatta di inganni, di veleni, di parole dette e non dette, di bugie e maschere.
 
Essere sé stessi è un lusso che ognuno si deve conquistare, a volte ad un prezzo amaro... Poter decidere liberamente di sé stessi, presuppone una disciplina ferrea, un addestramento continuo, un'attenzione continua: proprio come una persona in guerra, non bisogna mai abbassare la guardia e vivere sempre all'erta...

Invidiamo gli individui forti che combattono per la propria libertà e ne stiamo distanti. Opprimiamo quelli deboli, che avendo bisogno di amore e protezione si affidano a noi. E noi li proteggiamo e li amiamo, in cambio della loro sottomissione e della loro acquiescenza. E così si creano clan, religioni, tribù, movimenti, sette, bande... I lupi solitari, i liberi, sono davvero pochi e in genere vengono mal visti, poiché mettono in dubbio la legge che tiene uniti tutti gli altri. Il prezzo per la libertà è la gogna, la vergogna, l'additamento, la solitudine...
 
Forse c'è bisogno di tutto ciò: forse è egoista pensare solo per sé, andare, fare, godere, senza chiedersi se sia giusto o meno. Forse servono davvero spalle forti, che rinuncino a sé stessi per sostenere un mondo che non è il loro... E noi, che su quelle spalle ci reggiamo, stiamo troppo bene, per permettergli di andarsene a cercare la loro felicità.

La difesa e la cura dei più deboli... aiutare chi è in difficoltà... battersi per chi ha meno risorse e capacità... Non sono forse questi i più alti e nobili principi dell'umanità, decantati da tutti i racconti e da tutti i credo?

Ma quegli eroi, morti e distrutti dalla loro missione, di quei santi che si sono consumati per fare del bene... chi ha dato ascolto ai loro di desideri? Qualcuno ha ascoltato le loro preghiere, i loro pensieri, accantonati, messi in secondo piano?

Come sarebbe il mondo, se quelle persone, invece di combattere e morire per noi, si fossero infischiate di tutto e avessero seguito i propri sogni e i propri scopi?

E senza andare così in alto, cosa sarebbe di noi, se le persone a cui noi ci affidiamo ci abbandonassero all'improvviso? E cosa sarebbe delle persone che si affidano a noi, se noi seguissimo le nostre strade abbandonandoli?

E ancora, i due volti del Joker si oppongono...

Il viso luminoso, che si elegge a paladino dei più deboli, degli indifesi, delle persone che contano su di lui per le piccole cose di ogni giorno. L'essere che accantona i desideri e decide di porre le difficoltà degli altri al di sopra delle proprie necessità e che combatterà fino alla morte, pur di proteggere le persone che ama...

Il viso oscuro, che pretende le proprie soddisfazioni: la parte che crede che ognuno abbia l'obbligo di cavarsela con i suoi problemi e le sue paure. L'essere che vuole solo vivere, sognare e inseguire tutte quelle cose che gli danno gioia e avventura. L'essere si abbandona ai desideri, infischiandosene di tutto e di tutti... L'essere che combatterà fino alla morte, per mantenere la sua libertà e la sua indipendenza...

E qual'è la cosa giusta? Andare contro tutti, perfino contro sé stessi, o no?



venerdì 17 agosto 2012

Lo specchio

Mi è capitato, di recente, di sentire una curiosa metafora sulla vita, che fa più o meno così.
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Un uomo di buon senso ha una macchia sul naso. Non se ne rende conto, fino a quando non si mette di fronte allo specchio. Allora si accorge di avere la macchia e si pulisce il naso.

Un uomo privo di buon senso ha una macchia sul naso. Non se ne rende conto, fino a quando non si mette di fronte allo specchio. Allora vede la macchia, ma non si accorge di averla sul naso. Inizia così ad inveire contro lo specchio. "Maledetto specchio! Perché mi fai offesa, macchiandomi il naso!" Ecc ecc. Preso dalla rabbia, rompe lo specchio e ne cerca un altro che sia più simpatico. Ovviamente anche il secondo specchio, impietoso, mostra la macchia e anche il terzo, il quarto e così via.

L'uomo privo di buon senso è furioso: "Tutti gli specchi ce l'hanno con me!" Pensa. "Non ho mica fatto nulla di male agli specchi, affinché mi vogliano tutti così tanto male."

L'uomo privo di buon senso ha finito così per odiare gli specchi: nel mondo ce ne sono ovunque, così l'uomo privo di buon senso finì per odiare il mondo intero.
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La morale della storia è che a volte soffriamo e ci arrabbiamo col mondo circostante, quando invece il problema è dentro di noi.

 Toglierci la macchia dal naso è difficile: molto più che insultare lo specchio e spostare la colpevolezza di quella macchia al di fuori di noi.

Allora mi interrogo: come posso fare affinché il mio specchio mi restituisca una bella immagine? Quali sono i cambiamenti che devo fare in me?

E smetto di arrabbiarmi o dispiacermi per coloro che intorno a me non sono contenti della loro vita: arrabbiarmi o dispiacermi serve a poco, è come arrabbiarsi con lo specchio. Rifiutarsi di vedere e voltarsi dall'altra parte: anche quello serve a poco, è come rompere lo specchio. Al prossimo specchio l'immagine riflessa sarà uguale.

Il mondo, la realtà che ci circonda è lo specchio che mi mostra dove sono le macchie della mia vita. Non bisogna arrabbiarsi o voltarsi, bisogna invece osservare bene e capire e poi agire su sé stessi, sul proprio modo di pensare e di agire.

L'unico modo per non vedere più la macchia, nel mio specchio, è rimuoverla dal mio naso...



giovedì 2 agosto 2012

La libertà è una corda sopra il precipizio

La libertà è un corridoio angusto, una corda sopra il precipizio...

Una minima deviazione e si cade: da un lato, si cade nell'eccessivo controllo, nella routine, nel rigore, che impedisce la libertà imponendo regole troppo rigide e sbarre; dall'altro lato si cade nel sbandamento, nella corruzione, nella perdita della propria identità, nell'essere dominati da impulsi e istinti.

In entrambi i casi si perde la libertà: nel primo si è dominati dall'eccesso di rigore, nel secondo si è dominati dagli eccessi e dal torpore dei sensi.

La libertà è un corridoio angusto tra questi due estremi: non dobbiamo seguire regole sciocche che limitano le nostre possibilità, ma neppure lasciarci travolgere dalla vita troppo sregolata e priva di limiti. Dobbiamo sempre essere vigili, attenti: in ogni momento la nostra libertà viene messa in pericolo. La paura ci spinge dal lato troppo rigido; la seduzione del facile, del boccone ghiotto e pronto da mangiare, ci spinge verso il lato del troppo lassismo.

Essere liberi richiede disciplina, richiede sicurezza in sé stessi e soprattutto amore verso sé stessi: rinunciare alla droga, ad esempio, non è rinunciare alla libertà, è rifiutare di essere dominati da una sostanza o da uno stile di vita. Rinunciare ad una promozione, se questa non ci soddisfa, mantiene la nostra libertà, nei confronti di un mondo che ci spinge a salire di gerarchia.

L'eccesso non è un male: qualche eccesso ogni tanto è stimolo per la mente libera. Tuttavia, serve forza e sicurezza e grande disciplina, poiché siamo noi a "possedere" il vizio e sfruttarlo per il nostro piacere e non che diventi il vizio nostro padrone. Nel momento in cui le mie azioni sono tutte svolte al soddisfacimento di un vizio, ecco, in quel momento non sono più libero, ma schiavo del vizio.

Nel momento in cui una sicurezza (lavoro, compagnia ecc) occupa e dirige tutte le mie azioni, ecco che sono divenuto schiavo delle mie sicurezze, delle mie finte certezze, o meglio, schiavo della paura di perdere tali cose.

La libertà è un corridoio angusto, una corda sopra il precipizio, da cui è facile cadere...