venerdì 2 novembre 2012

Mi manca una sensazione... Essere esausto, ma contento

Oggi mi ha folgorato questo pensiero...
Guidavo: e io quando guido penso, penso molto. E' una forma di meditazione... credo.

Così, tra una marcia e l'altra, sono stato folgorato da questo pensiero: è tanto, davvero tanto tanto tanto tempo, che non provo più quella meravigliosa sensazione di essere esausto, ma contento: da troppo tempo, la sensazione è quella di essere esausti... e basta.

Quando da bambini si gioca a rincorrersi e fare la lotta... quando si scala una montagna e si raggiunge la vetta... quando si lavora con impegno e si vede realizzare il frutto delle proprie fatiche. Si è stanchi, esausti, esauriti, ma cavolo... l'anima gioisce, il cuore esulta, il nostro animo è pieno di ardore!

E' come fare l'amore: non è davvero stanchezza quella che sentiamo. E' un torpore meraviglioso, che lascia sfiniti ma appagati... E la vita dovrebbe essere questo: fare l'amore con la vita... stancarsi fino allo sfinimento, ma godere di quella stanchezza...

Invece la vita è spesso violenza: ci violentiamo, per fare cose che non ci va di fare e che non ci danno alcun piacere. Perché è necessario, certo... Un caro amico mi ha detto: se stai con la (parola che comincia per m... insomma, merda) fino al collo, stare a lamentarsi serve a poco. Devi prendere una pala e cominciare a spalare. Mi sembra giusto... Spalare, spalare con decisione: con lo scopo di aprirsi una via d'uscita però e uscire dal mucchio di letame in cui ci si trova. Non spalare per andare ancora più a fondo.

Ed è proprio quella sensazione, che fa la differenza: se spaliamo per aprirci la via d'uscita, quando riusciremo a tirarci fuori saremo stanchi, ma contenti e soddisfatti. Invece, se spaliamo per andare solo più a fondo, allora saremo certamente stanchi... ma ci sentiremo che la nostra fatica non serve a nulla, che anzi le cose peggiorano... Ed è esattamente così.

E io voglio tornare a sentire quella sensazione: quell'entusiasmo, che ti porta ad esaurire tutte le tue energie, ma ti lascia appagato e soddisfatto. Voglio essere stanco e contento. Voglio fare l'amore con la vita...




lunedì 29 ottobre 2012

So chi sono?

E' forse questo il motivo principale della nascita del Joker: io so chi sono?
Arrivato ad un certo punto della mia vita, non sapevo più chi ero.
Perché?
Tanti motivi...

Facciamoci queste semplici domande:
1) Faccio quello che mi piace?
2) La mia vita adesso è frutto di mie decisioni?
3) So quello che voglio?
4) Combatto per quello che voglio?
5) Coltivo le mie passioni?

Sono pur sempre un ingegnere, così ho deciso di dare 1 punto per ogni "sì" alle precedenti domande e 1/2 punto per ogni "un po'".
Non svelerò il risultato: 3/5 - 3...

Invito tutti a fare questo test... il punteggio che otterremo sarà un indice di quanto ascoltiamo noi stessi, di quanto "siamo" davvero di noi stessi.
E sarà anche indicativo della nostra felicità. Più il punteggio è alto, ovviamente, più saremo sereni, felici e realizzati... Qualunque siano le cose che ci piacciono, le nostre decisioni, quello che vogliamo e le nostre passioni.

In passato sono stato io, per un punteggio vicino allo 0. Non facevo quello che mi piaceva, non seguivo le mie passioni... ma la cosa peggiore è che nemmeno me ne rendevo conto. Quando per tanto tempo dimentichi di parlare con te stesso, alla fine non riesci più a capirti. Sai solo che stai male, ma non capisci perché... Il male di vivere...

Smettiamo di parlarci e soprattutto smettiamo di ascoltarci: non sappiamo più cosa vogliamo fare, facciamo quello che vuole qualcun altro. Società, datore di lavoro, amici, famiglia... Non solo, ma ce la mettiamo tutta per convincerci che è quello che anche noi vogliamo.

"Ci si mette una maschera, fino a dimenticarci chi c'è dietro..." *


E così, smettiamo di sapere chi siamo...

Allora eseguo questo esercizio, ogni mattina. Mi pongo le 5 domande e do il punteggio ad ognuna. Potrò anche non fare nulla, in seguito, ma almeno saprò. Saprò quanto sono di me stesso...

E deciderò, vorrò, parteciperò... Saprò se sto vivendo la mia vita, oppure la vita di qualcun altro.

Nel momento in cui, per la prima volta, feci questo test, rimasi agghiacciato: 0 spaccato... Com'era possibile?
Avevo 25 anni e non sapevo niente di me stesso... avevo sempre seguito le "regole" di qualcun altro. Ero diventato quello che qualcun altro voleva farmi diventare. E mi ritrovavo così solo, solo dentro me stesso, inascoltato, non capito, senza identità... Io non ero nessuno, non ero niente, ero una marionetta priva di volontà, voglie, piaceri, decisioni... Un relitto sballottato dalla marea.

E per di più, senza più forze. Così, quando provai a ribellarmi, a reagire, a cambiare la mia situazione, trovai ostacoli enormi ed insormontabili. Non solo la mia salute mi impediva di metterci la forza necessaria, ma tutti coloro che mi erano attorno si opponevano al mio cambiamento. Amici, parenti e affini... "Ma come? Non ti riconosco più! Sei cambiato!" E via discorrendo...

Ma ormai la porta era aperta. Il cambiamento era cominciato. Anche volendo, non avrei più potuto non sentire, non sentirmi... non avrei più potuto ignorare il me stesso oscuro che mi parlava dalle profondità della mia anima.

5 semplici domande: ma se si trova il coraggio di porle e di rispondere sinceramente, possono spalancare una porta dentro noi stessi. Possono farci scoprire chi siamo davvero e soprattutto chi non siamo...


* Dal film V per Vendetta

mercoledì 24 ottobre 2012

Razionale o Irrazionale... Dipende dal risultato

Mi è capitato spesso, ultimamente, di sentire criticare la razionalità.
Frasi come: "Pensi troppo, ti preoccupi troppo, io agisco d'istinto, di pancia, senza pensare, lasciarsi andare alle emozioni" e via discorrendo, credo le abbiamo dette e sentite più o meno tutti.

E così, come mio solito, da perfido calcolatore razionale quale sono, mi sono messo a riflettere... Un evento della mia vita mi pone di fronte ad una scelta, all'improvviso: come agisco? D'istinto, oppure rifletto?

Nel mio caso, direi decisamente la seconda: rifletto, ci penso, poi ci ripenso... troppi troppi pensieri e alla fine magari non combino nulla. Quindi la razionalità è negativa? No, secondo me dipende dal risultato.

Immaginate questa scena.
Un gruppo di amici organizza una cena. Stabiliscono posto, ora e altri dettagli.
Il giorno e all'ora concordati (anzi, magari pure un po' in anticipo) alcuni dei partecipanti si presentano al luogo concordato e prendono posto: quindi cominciano ad aspettare gli altri. Aspettare... che barba aspettare, aspettare... da fastidio a tutti.
L'ora dell'appuntamento arriva: ma degli amici ancora nessuna traccia. Cominciano i malumori.
"Sono sempre i soliti! Se sei in ritardo almeno avvisa! Ho fame! Mi rompe di stare qui ad aspettare i comodi degli altri!" e via discorrendo.

Infine, diciamo dopo una mezz'ora o più di ritardo, ecco finalmente giungere i ritardatari. E' questo il momento in cui la storia può prendere due strade.

1) L'aggressione
Alcuni amici, giustamente risentiti per il ritardo e per il mancato avviso, affrontano i ritardatari a muso duro. "Non si fa così, ci avete mancato di rispetto, non siamo mica i vostri zerbini..." ecc ecc. Reazione d'istinto, diciamo. Certamente giusta, se si vuole ragionare su chi ha ragione, tuttavia dal risultato pessimo. Ovvero, una serata passata col malumore, con musi lunghi, o peggio ancora, con finta allegria. L'imbarazzo di chi ha assistito alla "punizione"... serata rovinata insomma. Colpa di chi è arrivato in ritardo certo, ma forse anche nell'eccesso di "istinto" di chi ha reagito.

Infatti nella seconda opzione

2) Chissenefrega
Quando i ritardatari arrivano, i brontolii cessano, chi è più infastidito conta fino a 10, poi sorride: chi ha aspettato abbraccia i nuovi arrivati, si ride, si scherza. In due minuti nessuno si ricorda più del ritardo, del nervosismo. Si beve, si mangia, si festeggia, si ride. Avendo pensato quei 10 secondi in più, avendo scelto di lasciar correre, la serata è stata splendida e chi si era innervosito si sente pure un po' stupido, per essersela presa per così poco.

Allora reagire razionalmente è meglio che reagire d'istinto? Dipende. Mi viene in mente quest'altra scena.

1) Due persone si incontrano in metropolitana (treno, mercato, dove vi pare): si scambiano uno sguardo e nel giro di mezz'ora sono a letto insieme.

2) Le stesse due persone si incontrano nello stesso posto: si scambiano uno sguardo, ma poi vengono assaliti dalla paura, dall'imbarazzo, da troppi pensieri. E tirano ognuno per la propria strada, soffocando il desiderio e rimuginando su "cosa sarebbe stato se..."

Certamente la prima reazione è istintiva: non pone pensieri, ma porta ad un risultato splendido.
La seconda reazione, invece, più razionale, ha il pessimo risultato di farci sentire piccoli e indesiderati.

Allora, è meglio essere razionali o irrazionali?
Direi che dipende dal risultato... Bisogna pensare sì, ma quel tanto che basta per capire dove ci porterà la reazione che stiamo per avere, la scelta che stiamo per fare. Un po' di pensiero non guasta, prima di lasciarsi andare. Un po' di follia e d'istinto, non guastano in nessun pensiero.

Siete più razionali o più istintivi? Qualunque sia la risposta, se incontrate qualcuno in metropolitana... beh, pensate quel tanto che basta a farvi prendere le giuste precauzioni, poi... lasciatevi andare...



domenica 14 ottobre 2012

La gerla

E' normale sentirsi esausti alla mia età?
Non ho ancora 30 anni... e ogni passo sembra costare una quantità di energie vasta come l'oceano. E non solo io: ascolto le persone attorno a me e sento sempre le stesse parole. "Sono stanco."

Siamo un mondo di esausti? Senza battaglie, senza sogni, senza speranze, senza entusiasmo?
Cerchiamo risposte, arranchiamo nel buio alla ricerca di una luce?
 
Mi è venuta in mente questa immagine: tutti noi camminiamo con una gerla sulla schiena.
Quando nasciamo la nostra gerla è vuota, leggera e noi possiamo volare col corpo e con lo spirito.

Crescendo, però, iniziano le resposabilità: così mettiamo delle pietre nella nostra gerla. Dobbiamo affrontare scelte difficili: altre pietre... Ci proibiamo ciò che vorremmo, ci neghiamo i nostri sogni, nascondiamo la nostra personalità per adeguarla a quella del gruppo, del mondo, della religione, del lavoro, della società... Altre pietre... Ad ogni evento di questo tipo, la nostra gerla diventa sempre più pesante.

Tuttavia, i sassi dalla gerla si possono anche togliere: ogni volta che seguiamo il nostro cuore, ogni volta che ci ribelliamo alle imposizioni, alle usanze stupide, ogni volta che vinciamo una sfida contro il mondo e contro noi stessi.

Va da sé, se siamo ragazzi nel pieno della ribellione ormonale, è più facile svuotare la propria gerla. Crescendo, però, aumentano le responsabilità, i doveri e i divertimenti calano... Quindi sono molto più i sassi che mettiamo nella gerla, di quelli che togliamo. E così ci sentiamo esausti e... non abbiamo più voglia di camminare sul sentiero della vita, figuriamoci di correre o volare...

E' difficile (anche se non impossibile) liberarsi di questo peso completamente: tornare a quella condizione selvatica, estatica, del bambino con la mente sgombra da ogni paura, con una folle e piena fiducia nella vita: con quell'entusiasmo e curiosità inarrestabili...

E' certamente possibile e nemmeno troppo complicato cercare di togliere almeno qualche sasso... se non altro per camminare un po' più leggeri. Almeno per smettere di arrabbiarsi con la vita.

Il primo passo, ovviamente, è volerlo fare: il primo passo e smettere di vedere tutto nero, ma cercare quella luce, quella che cerchiamo sempre, ma che ormai abbiamo perso la speranza di trovare... Quella luce, in realtà, c'è, c'è sempre stata ed è dentro di noi. Siamo noi la luce che cerchiamo.

Il primo passo, la prima pietra da togliere, è quindi questa: smettere di pensare che non siamo importanti, smettere di pensare che non meritiamo. Smettere di credere che la nostra luce debba venire dal di fuori, che siano religioni, vestiti, lavoro o amori. La nostra luce siamo noi, il nostro eroe siamo noi, la nostra guida siamo noi. Dobbiamo solo ricordarlo.

Allora ogni giorno, appena svegli, prendiamoci un po' di tempo per noi. Restiamo ad occhi chiusi e sentiamo tutto il peso della nostra gerla carica di sassi sulla schiena, che fa desiderare di poter dormire un altro po', che ci toglie l'entusiasmo per alzarci e goderci questa splendida giornata che la vita ci ha concesso.

Togliamo un sasso. Uno solo. Sentiamo più leggeri, sentiamoci vivi, sentiamo importanti; per il mondo forse non conteremo nulla, ma per noi stessi siamo tutto...



lunedì 1 ottobre 2012

La mezza follia

Mi è capitato, di recente, di sentirmi porre la seguente domanda: 
"Da 1 a 10, quanto sei pazzo?"
Mi è venuto di impulso rispondere 11, semplicemente perché era una bella risposta. Riflettendoci, tuttavia, mi sono reso conto che la risposta è 5.

Sono pazzo 5, ovvero nel mezzo. Ed è davvero la condizione peggiore.
Non sono abbastanza pazzo da fregarmene delle conseguenze, ma non sono abbastanza sano per evitare di fare pazzie.

Sono là, sulla lama di un rasoio...

Appena oscillo un po' verso la follia, precipito e parto per folli avventure; nel pieno dell'avventura, la mia parte ragionevole si fa sentire e vengo colto dal panico e dal terrore totale.

La parte ragionevole allora mi porta ad impegnarmi nelle cose di ogni giorno, nei progetti sociali e instilla in me molti buoni propositi; ma basta che la mia anima folle rialzi appena la testa che ecco, pianto tutto, lasciando chi contava su di me a bocca aperta, stupito e arrabbiato per il mio repentino abbandono...

Salvo poi pentirmene subito dopo, al riaffiorare della ragione e cercare di tornare sui miei passi.

Il territorio di mezzo, la linea rossa su cui non si deve stare, in cui non si deve indugiare: io sto e indugio proprio là. Ad un bivio ci sono da scegliere due strade: ne scelgo una, ma poi mi pento e torno indietro e imbocco l'altra, dopodiché ritorno ancora sui miei passi e avanti così... senza mai giungere ad una decisione...

Le voglio percorrere entrambe, è questa la verità: non ve n'è una che preferisco o più giusta, sono entrambe giuste. E non voglio fare questa scelta...



lunedì 24 settembre 2012

Aspettando...

Sono impegnato in pensieri profondi e grandi castelli d'aria e fumo.
Ascolto musica, leggo, faccio tante cose e ho momentaneamente abbandonato il blog.
Tuttavia, ci sono altri che scrivono cose stupende e per il momento abbandono la scena per fare pubblicità a loro...

Aspettando di tornare a condividere i miei pensieri, consiglio il seguente post, scritto da Camilla.

http://spiritualitaquotidiana.blogspot.it/2012/09/le-erbacce-sono-erbacce.html

Buona lettura

mercoledì 5 settembre 2012

Andare contro tutti... o no?

Succede, alle volte, di reprimere i propri desideri.
E non parlo qui dei desideri violenti o che danneggino in qualche modo gli altri: parlo della semplice padronanza di sé, dei propri piaceri, di quello che ci rende felici.

Dovrebbero essere le cose più normali del mondo, per noi lo sono, ma... insorge un problema. La libertà. Noi non siamo liberi.
 
Accade spesso, che tra noi e la nostra libertà, si aggiungano sempre nuovi ostacoli, di varia natura. Persone, che con i loro atteggiamenti, le loro minacce, le loro lusinghe, i loro inganni perfino, instillano dubbi e paure nella mia mente; paure di perdere qualcosa o di fallire; problemi di salute, di tempo, di coraggio...

E' facile rinunciare alla propria libertà: è così rassicurante, è un tale sollievo, sapere di non dover faticare, soffrire, combattere... Perché
la vera libertà si trova solo alla fine di una lotta atroce e cruenta: e altrettanto dovremo lottare per non perderla. Chi è libero, è sempre in guerra.

Tuttavia... chi vive facilmente, vive anche infelicemente. Si è sereni, ma non appagati: tranquilli, ma non felici... E se dentro si ha un lato indomito, una parte oscura e curiosa che non si fa legare e imbavagliare, allora la vita facile, vissuta nel proprio recinto da buoni, civili e obbedienti bambini... dopo un po' comincia a pesare.

Certo si può sempre mettere a tacere quella voce: è talmente facile. L'alternativa sarebbe scatenare una guerra, le cui vittime sarebbero i nostri affetti più cari e tutte le nostre certezze. La nostra salute, perfino. E per avere cosa alla fine? Una libertà amara, continuamente minacciata... Fatica, lotte, una domanda che si insegue continuamente, senza mai trovare risposta...

E' una cosa indesiderabile, logorante: per il bene delle persone che ho attorno, tutto voglio per loro, fuorché la loro libertà.

Ho notato questo paradosso: se una persona estranea sostiene di aver spezzato dei legami, di aver violato le regole, di aver rischiato pur di trovare la sua identità e libertà, io, tutti noi credo, approviamo. Applaudiamo, invidiamo, ha fatto bene, che diamine!!
Eppure, il nostro entusiamo cambia radicalmente, se a proporre una simile avventura è qualcuno molto vicino a noi, un amico, un parente, un fidanzato, figlio... Qualcuno che fa davvero parte della nostra vita. Allora la ricerca diventa un errore, una follia, un atto di odio verso di noi e i nostri sentimenti. E facciamo di tutto, perché quella persona, per noi così importante, rinunci al suo proposito: magari subito dopo aver lodato lo sconosciuto per le stesse cose. "Lui può, tu no". Utilizziamo ogni mezzo: dissuasione, senso di colpa, minacce, lusinghe... Ogni mezzo, anche fisico a volte, pur di non concedergli la libertà cui anelano. Perché?

Perdere il controllo... Noi detestiamo perdere il controllo sul nostro mondo. Vorremmo che ogni cosa si svolgesse come noi abbiamo deciso, che ogni tessera del nostro mosaico si incastri alla perfezione. Vogliamo controllare le persone che ci sono vicine. Per questo esultiamo e approviamo lo sconosciuto che ha avuto il coraggio di opporsi: ha turbato il mondo di qualcun altro, a me che me ne importa?

E, la maggior parte delle volte, noi li pieghiamo: pungiamo nell'onore, negli obblighi, nella compassione... e così li facciamo rinunciare a ciò che li rende felici. 

"Li facciamo rinunciare alla loro felicità, per la nostra", direte voi, e invece no! Perché, per quante rinunce faranno per noi, per quanti sforzi, per quanto impegno ci metteranno a farci felici, non sarà mai abbastanza. Si divoreranno, si consumeranno, sprecheranno gli anni più belli della loro esistenza cercando di rendere contenti gli altri, noi, e sarà tutto inutile. Poiché la nostra felicità non dipende da loro, anche se noi vorremmo farglielo credere. Glielo facciamo credere per controllarli, perché se anche la loro obbedienza non ci fa felici, la loro disobbedienza ci spaventa più di qualunque altra cosa... Ci spaventa perché mette disordine nel nostro mondo...

E allora questa è una guerra. Una guerra per l'oppressione. Una guerra subdola e psicologica, fatta di inganni, di veleni, di parole dette e non dette, di bugie e maschere.
 
Essere sé stessi è un lusso che ognuno si deve conquistare, a volte ad un prezzo amaro... Poter decidere liberamente di sé stessi, presuppone una disciplina ferrea, un addestramento continuo, un'attenzione continua: proprio come una persona in guerra, non bisogna mai abbassare la guardia e vivere sempre all'erta...

Invidiamo gli individui forti che combattono per la propria libertà e ne stiamo distanti. Opprimiamo quelli deboli, che avendo bisogno di amore e protezione si affidano a noi. E noi li proteggiamo e li amiamo, in cambio della loro sottomissione e della loro acquiescenza. E così si creano clan, religioni, tribù, movimenti, sette, bande... I lupi solitari, i liberi, sono davvero pochi e in genere vengono mal visti, poiché mettono in dubbio la legge che tiene uniti tutti gli altri. Il prezzo per la libertà è la gogna, la vergogna, l'additamento, la solitudine...
 
Forse c'è bisogno di tutto ciò: forse è egoista pensare solo per sé, andare, fare, godere, senza chiedersi se sia giusto o meno. Forse servono davvero spalle forti, che rinuncino a sé stessi per sostenere un mondo che non è il loro... E noi, che su quelle spalle ci reggiamo, stiamo troppo bene, per permettergli di andarsene a cercare la loro felicità.

La difesa e la cura dei più deboli... aiutare chi è in difficoltà... battersi per chi ha meno risorse e capacità... Non sono forse questi i più alti e nobili principi dell'umanità, decantati da tutti i racconti e da tutti i credo?

Ma quegli eroi, morti e distrutti dalla loro missione, di quei santi che si sono consumati per fare del bene... chi ha dato ascolto ai loro di desideri? Qualcuno ha ascoltato le loro preghiere, i loro pensieri, accantonati, messi in secondo piano?

Come sarebbe il mondo, se quelle persone, invece di combattere e morire per noi, si fossero infischiate di tutto e avessero seguito i propri sogni e i propri scopi?

E senza andare così in alto, cosa sarebbe di noi, se le persone a cui noi ci affidiamo ci abbandonassero all'improvviso? E cosa sarebbe delle persone che si affidano a noi, se noi seguissimo le nostre strade abbandonandoli?

E ancora, i due volti del Joker si oppongono...

Il viso luminoso, che si elegge a paladino dei più deboli, degli indifesi, delle persone che contano su di lui per le piccole cose di ogni giorno. L'essere che accantona i desideri e decide di porre le difficoltà degli altri al di sopra delle proprie necessità e che combatterà fino alla morte, pur di proteggere le persone che ama...

Il viso oscuro, che pretende le proprie soddisfazioni: la parte che crede che ognuno abbia l'obbligo di cavarsela con i suoi problemi e le sue paure. L'essere che vuole solo vivere, sognare e inseguire tutte quelle cose che gli danno gioia e avventura. L'essere si abbandona ai desideri, infischiandosene di tutto e di tutti... L'essere che combatterà fino alla morte, per mantenere la sua libertà e la sua indipendenza...

E qual'è la cosa giusta? Andare contro tutti, perfino contro sé stessi, o no?