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lunedì 4 novembre 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - XIII - Il Drago

Finirono così i miei giorni nel villaggio delle Fate.
Ora una nuova sfida mi attendeva: la torre, la principessa, il drago...
    
Sentivo questo nuovo calore dentro di me, lo spirito di fuoco, ma non avevo bene idea di come usarlo.
- "Quando sarà il momento, lo saprai." Mi aveva detto RI nella mia lingua.
<<Evvai!>> Esultò sarcastica la mia voce interiore. <<In questa storia assurda mancava l'ennesima frase senza senso!>>
- "E buon viaggio anche a te!" Aggiunse RI di rimando, esplodendo poi nella sua irritante risata fatta di campanelli.
<<Andiamo ti prego!>> Mi supplicò l'Io interiore. <<Se la sento ancora ridere, non rispondo più di me.>>
    
E così partii: erano passati pochi giorni dal mio arrivo, ma sembravano molti di più. Ero giunto al villaggio delle fate stanco e ferito, ripartivo curato e riposato e arricchito di un nuovo potere. L'uccello d'orato mi salutò, dal suo nuovo nido libero accanto al villaggio, intonando il suo canto magico...
   
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Mio fratello mi osserva: lo vedo in piedi, in fondo a quello che sembra un letto. Tutto è bianco, ha un colore asettico. Mi dice qualcosa, ma sono così stanco... chiudo di nuovo gli occhi...
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<<Ehi! Dove stai andando?>> Tornai in me, richiamato dal mio io interiore.
- "Devo essermi appisolato un attimo..." Risposi. "Ho fatto uno strano sogno."
<<Quel sogno può attendere ancora un po', non abbiamo finito qui.>>
- "Finito? Finito cosa?"
<<Il drago, la principessa, ricordi?>>
- "Sì, certo... ma perché?"
Nessuna risposta.
   
La torre era di fronte a me: l'ingresso a forma di bocca spalancata mi attendeva, impaziente di trasformarsi e incenerirmi.
- "Siamo pronti?" Chiesi.
<<Lo siamo!>>
Inspirai, chiusi gli occhi: il calore del fuoco si diffuse in me, attorno a me. Mi sentii sollevare, mi sentii avvolgere: quando udii distintamente un nitrito, aprii gli occhi. Stupefatto, osservai il cavallo nero pece che aveva preso forma sotto di me; indossava una bardatura rosso fuoco e scalpitava impaziente.
       
Il mio corpo era invece avvolto da una lucente cotta a maglie strette e protezioni di metallo. L'elmo che calzavo in capo, aveva la netta forma di una testa di leone, alla mia sinistra un grande scudo era saldamente legato al mio braccio. La lancia che tenevo in mano, faceva anche da asta ad uno stendardo... che conoscevo molto bene. Rosso e nero, con un leone rampante d'orato al centro. Lo stesso stemma era impresso sullo scudo.
    
- "A noi due!" Gridai, e il cavallo partì al galoppo.
      
Presi velocità, il rombo degli zoccoli sul terreno divenne assordante. La principessa si affacciò e gridò spaventata, il drago, disturbato nel suo sonno, prese forma e mi fronteggiò ruggendo furioso. Lo vidi alzarsi e inspirare, pronto a rovesciare su di me il suo fiato rovente.
   
Soffiò e le fiamme si diressero su di me e la mia cavalcatura: mi protessi con lo scudo, sentii pulsare lo spirito di fuoco in me e una barriera mi avvolse, deviando le fiamme che tentavano di bruciarmi. Puntai la lancia dritta alla bocca spalancata della bestia.
    
Le fiamme si interruppero bruscamente, quando la punta acuminata dell'arma colpì: il drago si inarcò furioso, rompendo l'asta della lancia, ma la punta gli rimase conficcata in gola. Si rotolò furioso, poi si drizzò di nuovo in piedi e si avventò su di me, con gli artigli affilati.
    
Lo scansai e istintivamente portai la mano alla cintura: le mie dita si strinsero su un elsa. Sfoderai la spada...
Arrivò una nuova zampata, che si abbatté come un maglio sul mio scudo: venni sbalzato dal mio cavallo, che si dissolse così come si era formato, rotolai e mi rialzai. Proprio in quell'istante, il drago girava su se stesso e scagliava su di me la sua coda irta di scaglie e aculei... Lasciai lo scudo, afferrai la spada con entrambe le mani e vibrai il colpo, praticamente alla cieca! L'urto mi si riverberò per tutte le braccia fino alla testa e uno schizzo caldo mi investì. Quando aprii gli occhi, mi trovai lordo di sangue: la coda del drago giaceva inerte a pochi passi da me, l'animale invece ruggiva impazzito dal dolore. La ferita alla gola e quella alla coda gli avevano ormai fatto perdere molto sangue... barcollava, i suoi movimenti si facevano sempre più stentati... Infine stramazzò al suolo.
     
Mi avvicinai... respirava affannosamente, mentre la luce dei suoi occhi si spegneva: avevo vinto sì, ma vedere quel nobile animale, morente per mia mano, mi riempì di tristezza. Sussultai, quando il drago mi parlò.
     
- "Sapevo che questo giorno sarebbe giunto..." disse.
Mi tolsi l'elmo e mi inginocchiai accanto a lui.
- "Sei stato un grande avversario." Gli dissi.
- "Ma tu... sei stato più grande di me. Il tuo viaggio quaggiù è concluso... hai abbattuto il tuo drago. Ti resta una sola cosa da fare..."
Detto ciò, si dissolse al vento: l'unica cosa che rimase, fu la chiave d'argento. La raccolsi e corsi alla porta della torre. La serratura cigolò, polvere e ruggine caddero dal meccanismo bloccato da chissà quanti anni e alla fine, stridendo, la pensate porta di ferro si aprì.
   
Da vicino, la principessa era ancora più bella di quanto pensassi: mi inginocchiai al suo cospetto.
- "In piedi, prode cavaliere." Mi disse, porgendomi la mano.
Mi tolsi l'elmo.
<<Baciala! Baciala! Insomma, il cavaliere salva la principessa e la bacia. E' scritto sul copione!>> Si mise a protestare la mia voce interna.
Lei sorrise e alzò un dito, come a rimproverarmi.
- "Ti sarò eternamente grata, per avermi salvata." Disse. "Ma la tua principessa, è in un altro castello..."
  
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La principessa è accanto a me, il suo vestito sembra un camice: ha un dito alzato e lo sventola davanti ai miei occhi.
- "Sì..." disse "...è sveglio." 
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La principessa aveva di nuovo il suo prezioso vestito, ma la torre era sparita.
- "Ora devi andare: ci sono altri draghi da abbattere e altre principesse da salvare."
- "Allora... questa avventura è proprio finita?" Chiesi.
- "E' solo la fine di un capitolo. Alla prossima pagina, ne comincerà un altro."
  
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- "Signor Voulaz... Manuel... mi sente?" 
La principessa improvvisamente aveva un viso da uomo, con occhiali e cartellina...
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- "E tu?" Chiesi alla mia voce interiore. "Non hai più niente da dire?"
<<Ora sai che esisto. Non ho più bisogno di parlare: sarò sempre con te, a ricordarti qual'è la tua strada.>>
- "Addio..." Dissi allora alla principessa, che era tornata la bellissima fanciulla di prima.
  
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- "Addio?" Mi rispose una voce divertita. "O no, Manuel, nessun addio: starai qui ancora per un bel po'." 
Mi voltai... la "principessa" in camice bianco mi guardava sorridente: di fianco a lei, il primario di neurologia scuoteva la testa un po' contrariato.
 
Mio fratello era in fondo al letto d'ospedale.
   
- "Mi sembra tutto a posto." Disse il dottore. "Torneremo più tardi per fare altri accertamenti."
Lei e la dottoressa se ne andarono.
    
- "Bentornato!" Mi disse mio fratello. "La prossima volta che ci fai prendere un simile spavento..."
Si asciugò veloce una lacrima.
- "Mi spiace..." Dissi.
- "Dai, ora l'importante è che stai bene. Starai qui qualche giorno, ok?"
- "Ok..."
- "Cosa ti posso portare? Vuoi da leggere?"
Avrei risposto sì senza esitare, invece dissi...
- "No... no. Portami un blocco e un paio di penne. C'è qualcosa... qualcosa che voglio scrivere..."
  
The End...?
   

lunedì 19 agosto 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - XII - Lo spirito di fuoco

- "Maledetto! Folle! Sciagurato!!!*"
La pace prodotta dal cando dell'uccello dorato durò poco: il Re era fuori di sé.
   
Le fate volarono tutte fuori dalla finestra, sulla scia dell'animale: RI mi afferrò sotto le spalle e mi sollevò con facilità, volando fuori assieme alle altre fate. Fui grato di ciò... non ce l'avrei davvero fatta a rincorrerli.
- "Meriteresti che ti lasciassi cadere nel vuoto!*" Mi disse, facendomi ondeggiare ad un'altezza vertiginosa.
<<Mi pareva strano che ci avesse presi per gentilezza...>> Osservò la mia voce.
- "Stai tranquillo. Non ti faccio cadere...*"
    
Nonostante il rimprovero, non sembrava arrabbiata: anzi, un sorriso divertito, che non poteva nascondere, le incorniciava il viso. E non era l'unica: Regina Morgana, FI e tutte le altre fate sembravano improvvisamente tutte di buon umore. Iniziarono ad udirsi le prime risate, poi l'euforia esplose.
    
L'uccello d'orato si posò, su una delle alture che circondavano la città nel bosco e tutte le fate gli atterranono intorno: chi piangeva, chi rideva. Qualcuno iniziò a suonare e si scatenarono le danze. Al centro l'uccello d'orato osservava la scena con i suoi occhi pazienti e tranquilli.
   
<<Queste fate sono proprio strane...>> Disse l'altro me.
- "Attendevamo questo momento da tanto tempo.*" Rispose RI. "Sai, quando le risposte sono dentro di te, ma non riesci a vederle: poi, all'improvviso, qualcosa succede e allora tutto ti sembra chiaro. Forse quell'evento ti sembra drammatico all'inizio: anche io sono stata presa dal panico, quando hai liberato l'uccello dorato e mi sono sentita disperata. Ora però lo vedo... è ciò che serviva, serviva per andare avanti, per trasformarsi e proseguire sulla lunga strada della vita. E ogni fata lo sente, per questo festeggiamo.*"
    
Atterrammo sull'altopiano e subito venimmo circondati da fate in festa: un fruscio di ali e di risate, di balli e di abbracci. Farfalle, rondini, aquile, libellule e ogni altra cosa in grado di volare mi circondava in un turbine di colori. Persi di vista RI, ma mi lasciai contagiare dalla festa: mangiai, bevvi, ballai, risi e cantai. La festa andò avanti fino a tarda notte e alzai un po' troppo il gomito...
   
Alla fine tutti dormivano... Io no. Buttato in un angolo, con la testa che girava, guardavo il cielo stellato, pensando agli eventi degli ultimi giorni.
- "Nemmeno tu dormi...*" Bisbigliò una voce accanto a me.
- "Sei tu RI...*" Bisbigliai a mia volta, riconoscendo al buio la sua pelle bianca da corteccia di betulla.
- "Vieni.*" Mi disse. "Facciamo due passi.*"
Mi alzai un po' malfermo e la seguii: le fate dormivano qua e là, sul terreno abbracciate, sugli alberi. Seguii RI nella foresta, lungo un sentiero che si inerpicava in salita.
   
Non ero così sicuro sulle gambe, così, ad un certo punto, lei mi prese una mano e mi condusse: rimasi sorpreso di sentirla morbida e calda. L'aspetto da corteccia, mi aveva fatto pensare ad una pelle ruvida e legnosa: senza volerlo cominciai a fantasticare... d'altronde mi aveva svegliato nel cuore della notte e stavamo andando via soli...
     
Ci inerpicammo per qualche minuto, finché non uscimmo dal folto degli alberi e ci ritrovammo in cima ad una sporgenza rocciosa, che dominava il bosco sottostante: la radura dove l'uccello dorato e le fate dormivano, dopo la festa, era ben visibile. Ancora più in basso, si potevano vedere i palazzi e le case della città delle fate.
     
Poi, un luccichio lontano attirò la mia attenzione: la luna sorgeva all'orizzonte, in fase calante, ma ancora più di metà. La sua luce si diffuse immediatamente sulla foresta, dandole uno splendido colore argenteo.
- "Bellissimo, non è vero?*" Chiese RI, vedendo il mio volto estasiato.
- "Meraviglioso...*" Mormorai.
Si avvicinò a me e mi posò le mani sul petto, chiudendo gli occhi. Chiusi i miei e abbassai la testa, per baciarla...
...
...
...
Secondi passarono e non accadde nulla.
    
All'improvviso, sotto il punto del petto in cui mi stava toccando, sentii un violentissimo calore. Boccheggiai, riaprendo di colpo gli occhi.
- "Stai fermo." Disse lei. "E togliti quell'espressione idiota dalla faccia..."
Una luce emanava dalle sue mani e scendeva dentro di me, donandomi calore in tutto il corpo.
- "Che... che mi stai facendo?" Chiesi.
Non rispose, ma sembrò concentrarsi ancora di più. E allora il fuoco divampò in me: fiamme... le potevo sentire scorrere in tutte le mie vene. Strinsi i denti per non gridare, ma non ci riuscii. Gemetti. Durò qualche secondo, ma alla fine la testa mi girava... e dovetti appoggiarmi alle mani di RI per stare in piedi.
- "Questo è lo spirito di fuoco." Rispose lei. "E' il tuo premio, per aver fatto cantare il leggendario uccello d'orato. Il Re mi ha incaricato di portartelo e così ho fatto. Ma ricordati, lo spirito di fuoco consuma tantissime energie: ti sentirai esausto dopo averlo scatenato e servirà tempo, cibo e riposo, prima di poterlo utilizzare di nuovo. Quindi usalo con intelligenza."
Detto ciò, tolse le mani dal mio petto e si allontanò: la fissai negli occhi, un po' deluso.
- "Non era quello che ti aspettavi?" Chiese lei.
<<Lo sai benissimo a cosa pens...>> cominciò la voce nella mia testa.
- "No, cioè sì... volevo dire... grazie..." Balbettai, arrossendo e facendo tacere il me interiore.
Lei scoppiò a ridere, con la sua solita irritante risata scampanellante.
- "Non c'è di ché, Bambino Fatato! E ora riposati, domani hai una principessa da salvare." Mi fece l'occhiolino, poi si voltò e volò via in un batter d'ali.
<<Se n'è andata...>> Osservò il mio interiore. <<Chissà se la rivedremo ancora.>>
- "Chi lo sa?" Risposi. "Qui tutto è possibile."
Chiusi le mani a pugno e sentii il fuoco formicolare in ogni vena e pulsare dentro di me.
   
to be continued...

giovedì 20 giugno 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - XI - Il Re, l'uccello dorato e il canto d'amore

Seduto a gambe incrociate, osservavo in silenzio la fata che avevo di fronte. Non ero mai stato di fronte ad un Re e mi sentivo a disagio.
 
Regina Morgana era stata di parola: al villaggio delle fate si erano occupati di me. Ero stato nutrito, curato, massaggiato e vestito con una splendida veste da fata, verde e marrone. Aveva perfino le aperture sulla schiena, per le ali. Risatina Insolente (RI), accanto a me, indossava un abito azzurro, che lasciava scoperte braccia e gambe, i capelli blu raccolti in una coda, le grandi ali da rondine racchiuse aggraziatamente dietro la schiena.
   
Il Re era qualcosa di straordinario: abbigliato con una veste dorata e lucente, aveva grandi ali bianche, capelli lisci e lunghissimi dello stesso colore. Aveva un viso pacifico, occhi azzurri e profondi come il cielo e due magnifiche ali bianche e piumate, come quelle di un angelo. Nella sua reggia, tutto era colore dell'oro: i tappeti su cui eravamo seduti erano cuciti con foglie dorate dell'autunno, dorate le fate guardiane agli ingressi, dorate le tende.
  
Avevo espresso brevemente al Re la storia con il Drago e la fanciulla prigioniera della Torre: il Re mi aveva ascoltato in silenzio e, anche quando ebbi concluso, non disse nulla. Eravamo così in silenzio già da molti minuti; solo dopo un tempo che parve interminabile, finalmente il Re parlò.
 
- "Sia chiamato FI...*"
Non avemmo il tempo nemmeno di chiederci chi fosse, che una delle fate guardiane disse:
- "FI è qui fuori della porta già da alcuni minuti: attendeva solo la vostra convocazione, maestà."
Il Re sorrise compiaciuto e FI entrò: Fata Indovina, questo era il suo nome, era cieco e pareva oltre il tempo. Le sue ali grige e sfumate di blu sembravano tuttavia ancora forti, ma il volto e l'incedere lento ne denotavano l'età ormai avanzata.
<<E' probabilmente cieco.>> Disse la mia voce interiore, notando la giovane fata dai capelli e dalle ali e dal vestito rosso fuoco che l'accompagnava.
- "Ci vedo benissimo invece...*" Rispose quello, con una voce da vecchia, ma solenne campana. "Solo che non osservo con gli occhi.*"
Mi sentii rosso di vergogna.
- "Per... perdonatemi.*" Balbettai.

Egli fece un gesto con la mano, come per dire che quelle erano cose senza importanza; quindi si inchinò al Re.
- "Dicci dunque, FI. Cosa vedi? Il bambino fatato può sconfiggere il Drago?*"
- "Egli ha un solo modo... Ed è ricevere lo spirito di fuoco, dall'uccello dorato.*"
Tutti ammutolirono di colpo. Perfino RI mi guardava con gli occhi a forma di quercia sbarrati.
- "L'uccello dorato...*" mi spiegò "...è in possesso della famiglia del nostro Re da migliaia di anni. E' immortale e viene passato dalle nostre fate regnanti di generazione in generazione. Si dice che il suo canto d'amore, possa donare uno spirito di fuoco a colui che riesce a farlo cantare. Uno spirito di fuoco che lo rende... invincibile...*"

<<Sento che sta per arrivare un... "ma"...>> Disse la mia voce interiore.
- "Ma...*" continuò RI "E' una leggenda. Veneriamo l'uccello dorato... io stessa l'ho veduto sempre nei trecento anni della mia vita. E' muto... Egli non canta, non ha mai cantato, se non nelle leggende... e per quanto ne sappiamo, mai canterà.*"
- "Quindi, per sconfiggere il Drago, devo far cantare un uccello, che però è muto e quando ci sarò riuscito lui mi donerà lo spirito di fuoco...*"

Tutti mi guardarono perplessi: tranne FI, che fatta la sua profezia, ci voltò le spalle e se ne andò, accompagnato dalla sua assistente.
<<Aspetta! Ci sarà pure un altro modo!!*>> Protestò la mia voce.
- "No, non c'è.*" Rispose lui, senza neppure fermarsi, né voltarsi.

- "Ebbene...*" disse allora il Re "...che sia portato qui l'uccello dorato."

Due guardie uscirono e tornarono poco dopo con una grande gabbia, ovviamente dorata. All'interno vi era quello che poteva sembrare un cigno... ma dal piumaggio... beh sì, dorato. Era quasi immobile, non fosse stato per qualche movimento e per il grande calore e energia che emanava, avrei pensato ad un animale impagliato. Voltò la testa, mentre passava davanti a me... ebbi come l'impressione che mi fissasse.

Tutti uscirono... fui lasciato solo con l'uccello dorato. Mi avvicinai alla sua gabbia: grandi cuscini di velluto componevano il suo letto. Cibo raffinato, acqua fresca... Non vi erano porte, ma la distanza tra le sbarre era tale che potevo entrare. Io potevo entrare, ma lui non poteva uscire. Era molto più grande di una persona.

Chi se ne occupava entrava attraverso le sbarre e lo spazzolava, nutriva e puliva con una cura impressionante. Era quanto di più bello avessi mai visto. Non ebbi paura di entrare... non so perché... Mi ritrovai nuovamente a fissarlo negli occhi e mi persi... pensieri mi assalirono: sentii come un vento potente avvolgermi, mi volteggiarono i capelli e gli abiti. Poi, lentamente, la sensazione svanì... Una cosa era certa: non emise neppure un suono.

Parlai con lui.
- "Oh! Grande uccello dorato e divino. Concedimi lo spirito di fuoco!"
Nulla.
- "Oh! Signore di tutti i volatili, tu che sei il più bello e maestoso..."
Nulla.
- "Senti un po'... Sai che potrei torcerti il collo..."
Nulla.
Ballai e cantai, imitai il verso degli uccelli di cui mi ricordavo.
Nulla.
Mi fissava... di tanto in tando sbuffava, quasi infastidito. Ogni tanto venivo avvolto dall'energia che emanava, che muoveva l'aria attorno a me, scompigliandomi i capelli.

Mi sedetti... appena fuori dalla gabbia, a gambe incrociate. Erano ore che provavo...
- "Dimmi... perché sei così insistente?*"
La voce fu tanto improvvisa, che feci un salto di mezzo metro. Pensai per un secondo che fosse stato l'uccello a parlare... ma poi vidi accanto a me la figura lenta e antica di FI, la Fata Indovina.
- "Insistente?*" Chiesi.
- "Cosa ti fa essere così determinato... a volere sconfiggere il Drago, salvare la dama prigioniera. In fondo, non ti impediscono di procedere sulla tua strada, per tornare a casa." Parlò nella lingua degli uomini.
- "E' vero..." Ammisi. "Eppure... ho compreso che questo luogo mi parla: mi ha sempre parlato. Tutto ciò che vivo è qualcosa che è dentro di me. Io non l'ho mai ascoltato... se sono qui, è perché devo imparare, imparare ad ascoltare quello che ho dentro. E se quello che ho dentro è una torre, un drago, una fanciulla da salvare... allora ascolterò; se quello che ho dentro è un uccello muto, che devo far cantare... evidentemente è qualcosa che io devo comprendere, qualcosa che devo imparare. E non potrò proseguire, finché non lo avrò fatto."
FI rimase imperturbabile, ma stranamente sentii che fu soddisfatto della risposta.
- "Allora..." mi disse "...impara, impara ed ascolta. Buona notte."
Non disse altro e se ne andò, lasciandomi nuovamente solo con l'uccello.

Passarono le ore... la notte. Provai nuovamente a cantare, ballare, parlare... nulla. L'uccello dorato era muto. Comunicava solo attraverso la sua energia, faceva turbinare l'aria, ma nulla che sembrasse un canto. Seduto di fronte a lui in silenzio, mi sentivo davvero esausto... i cuscini di velluto erano così morbidi. Nel giro di un minuto mi addormentai. E sognai... Sognai cieli, nuvole, vento tra i capelli: mi svegliai di soprassalto, con l'aria che mi scompigliava i capelli, mossa dall'energia dell'uccello. Era mattino ormai... Cieli, nuvole... fissai l'uccello dorato negli occhi e finalmente capii.

Balzai in piedi e corsi verso l'uscita: quasi mi scontrai con FI, che ovviamente si era scansato prima che aprissi con violenza la porta.
- "Chiama il Re!" Gli dissi concitato. "So come far cantare l'uccello dorato."
- "Lo so..." Disse lui. "L'ho già chiamato."
- "Sai anche che potrebbe non esserne così felice?"

FI annuì.

Poco dopo erano tutti là: FI, RI, il Re, le guardie, la Regina Morgana e molte altre fate. Tanti erano venuti di corsa, per vedere se effettivamente sapevo far cantare l'uccello dorato. Molti affollavano la via fuori del palazzo, una grande folla si era radunata.

Tutti mi fissavano: avevo spalancato tutte le finestre, per far udire il canto anche fuori, dissi. Entrai nella gabbia e scese un silenzio totale, sia dentro, che fuori la reggia. Mi avvicinai all'uccello dorato e ci fissammo negli occhi per lungo tempo: il vento mi scompigliò i capelli. Lo accarezzai e gli sussurrai all'orecchio, cose che nessuno udì. E lui reagì, per la prima volta fece un movimento, la prima volta in centinaia di anni, seppi poi. Annuì, mosse la testa in su e in giù. E scrollò le ali... una prima volta.

Mi voltai e andai al lato opposto della gabbia: e di nuovo lo fissai. Lui scrollò nuovamente le ali, più forte. Tutto il pubblico rumoreggiò e mormorò: ma ancora l'uccello non aveva cantato, né fatto alcun suono...

Mi appoggiai sconsolato alle sbarre e scuotendo la testa... "Noooo.*" Tintinnò il pubblico. "Non c'è riuscito!*" Esclamò qualcuno.

Appoggiai le mani, una ad una sbarra, una all'altra. L'uccello tacque, ma spalancò un poco le ali. Fu allora, che chiamai il Toro; la mia forza interiore. La chiamai, con tutta la forza di cui ero capace e il Toro rispose! La folla gridò, mentre prendevo la forma: crebbi e spinsi, spinsi con tutta la forza che avevo contro le sbarre. L'uccello si agitò, si alzò sulle zampe, allungò il collo! Misi tutta la mia forza, contro il metallo: il cuore mi batteva potente nel petto, le vene mi si gonfiarono... infine... le sbarre... cedettero e si allargarono, con uno stridore assordante.

Tutti mi guardavano allucinati: tutti tranne FI, che sorrideva... Tornai, ansimante ed esausto, alla mia condizione normale. Le sbarre ricurve e ritorte, ai miei lati... le finestre aperte, alle mie spalle.
- "Va... amico mio." Dissi. "Sei libero."
- "Noooo!! Fermatelo!! E' pazzo!!*" Sentii il Re gridare, le guardie, dopo un attimo di smarrimento, si gettarono verso la gabbia... ma ormai era tardi.
L'uccello dorato spalancò le ali più grandi che avessi mai visto: fece un passo incerto verso le sbarre allargate... poi un altro più sicuro... poi cominciò a correre... e si gettò attraverso l'apertura. Sbatté le ali e si lanciò... oltre la finestra... e sfrecciò sopra la folla, che ne rimase abbagliata, mentre il sole del mattino illuminava il grande uccello dorato!
- "Ooooh!!" Gridarono tutti.
E l'uccello girò e girò e sbatté le ali e salì più in alto: il vento gli accarezzò il corpo, le piume... così come tante volte mi aveva fatto provare quella notte, con la sua energia. Il vento, il cielo... la libertà di volare...

Piroettò su sé stesso... aprì il becco... e cantò!!
E tutto fu silenzio. Il villaggio delle fate, la reggia, l'intera foresta... ogni cosa tacque, mentre il suono più celestiale mai udito, si disperdeva nel vento!




mercoledì 22 maggio 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - X - Il villaggio delle fate

Aprii gli occhi... non avevo la minima idea di dove mi trovassi, né ricordavo nulla di quanto accaduto.
La testa mi pulsava e quando provai a tastarmela con una mano, mi accorsi di avere i polsi saldamente legati.
 
- "Diavola della miseria..." Biaschicai...
E neppure vedevo nulla, ma la sensazione di stoffa sugli occhi mi suggerì che ero bendato. Bendato e legato, chissà dove e chissà da chi... Strani omini con le ali.
 
<<Fate...>> Disse la voce nella mia testa.
- "Le fate... eh, non potevano di certo mancare, no?"
 
Dissi quella frase a voce alta e subito percepii qualcuno che si muoveva accanto a me. Ne ebbi conferma, quando iniziarono a parlare tra loro, in una qualche lingua strana. Era un suono strano, come di campanelle, eppure componeva parole... non avevo mai udito simili voci.
 
Mani mi afferrarono e mi fecero alzare, i polsi sempre legati: mi girò la testa e quasi cadde, ma le mani mi sostennero e mi trascinarono in avanti. Mio malgrado dovetti camminare.
 
- "Dove mi portate?" Chiesi, ma ovviamente non ottenni risposta.
Sentii come una porta che veniva aperta e pietra fredda sotto i piedi... ero ancora nudo, nudo come un verme. Scale... incespicai e quasi mi trascinarono di peso, mentre dall'alto sentivo provenire, sempre più forte, molte voci, simili a quelle dei miei carcerieri.
 
Sentii una porta che veniva aperta di fronte a me e subito il vociare crebbe: divenne quasi stridulo, una specie di mormorio concitato. Venni spinto avanti... le voci erano tutte attorno a me.
 
<<Un'assemblea di fate.>> Disse la voce nella mia testa. <<E tu sei nel mezzo...>>
 
La benda mi venne finalmente tolta, ma dovetti chiudere gli occhi, feriti dalla potente luce. Li aprii... piano piano, lasciando che si abituassero nuovamente a vedere... Il colpo d'occhio fu impressionante.
 
Mi trovavo al centro di una grande sala, in una specie di gabbia: tutto attorno agitavano le ali uno stuolo di strane creature. Fate... alte poco meno di una persona, esili: si distinguevano facilmente i maschi dalle femmine, vestivano di colori sgargianti e parlavano tra loro facendo una gran confusione. Ad un certo punto, su uno scranno più alto, si fece avanti una fata: una femmina, una specie di capo forse, poiché tutte le altre si tacquero. I capelli erano multicolori, verdi, blu, rossi: le ali erano simili a quelle di una grande farfalla e degli stessi colori dei capelli. Scambiò alcune parole con alcune altre fate che aveva attorno, poi si rivolse a me.
 
- "Io sono Morgana, regina delle Fate." La sua voce produceva un scampanellio profondo e vibrante. "Tu, umano, chi sei che osi entrare nel nostro regno e bagnarti nei nostri laghi? E bada a non mentire, poiché noi Fate sappiamo riconoscere ogni menzogna."
 
<<Stronza e irritante fattucchiera...>> Mugugnò la voce nella mia testa.
 
- "Nobile regina..." cominciai io "...ho perduto la strada, non avevo intenzione di profanare il vostro territorio. Arso dalla sete e dalle bruciature, ho trovato conforto nella vostra acqua, ma senza alcuna intenzione avversa a voi o al vostro popolo, di cui per altro, ignoravo finora l'esistenza."
 
Risate, risate scampanellanti e irritanti da parte delle fate. La regina stessa sorrise sarcastica e iniziò a parlottare con una fata accanto, ignorandomi completamente. Improvvisamente sembravo diventato invisibile.
 
<<Senti quello che dicono?!>> Vociò la mia voce interna.
- "Come posso?" Chiesi io. "Sento, ma non capisco la loro lingua."
<<Questo non è possibile. Questo è il tuo mondo interno: spesso non lo esploriamo, lo dimentichiamo, ma tutto ciò che c'è lo abbiamo messo noi. Concentrati, so che puoi ricordare."
 
Chiusi gli occhi... lasciai che la mente si dissolvesse e le voci delle fate mi attraversarono. Turbinarono nella mia mente, come campanelli e lentamente un'immagine prese forma... "La voce delle fate."
  
Ricordai... io bambino in una notte di vento. Avevo udito qualcosa di strano, come una strana voce. Ero piccolo, abbastanza da non aver paura di niente, così sgattaiolai al buio fuori dal letto, fuori dalla porta e giù per le scale, nel villaggio di montagna immerso nella più completa oscurità... Il rumore mi chiamava, voci argentine e agitate, finché non giunsi nel campo di un vicino. Campanelli venivano attaccati a fili all'epoca, per spaventare e allontanare animali ed uccelli che potessero danneggiare il campo, ma io bambino ignoravo ancora quella pratica. Al buio, in mezzo al campo, sentivo solo tutto attorno a me un vociare argentino. Immaginai allora che creature bellissime e invisibili mi parlassero e io rispondevo loro a tono. "Din din din, dan dan dan." - "Din din din, don don don." E nella mia testa non ancora civilizzata, quei discorsi avevano molto senso.
   
- "Questi stupidi umani sono una vera seccatura. I bambini sono adorabili e capiscono ogni cosa del mondo, ma crescendo... perdono la ragione.*" Udii queste parole uscire dalla fata maschio che parlava con la regina.
Non aveva cambiato linguaggio, parlava nella sua lingua, ma ora ero in grado di comprendere.
 
- "Tipico degli umani." Rispose la regina storcendo il naso. "Non badano a ciò che hanno attorno, a ciò che hanno sotto il naso: rifiutano la verità anche quando gli si palesa chiaramente. Non sanno distinguere ciò che è sacro da ciò che non ha valore.*"
- "Bruciature..." Continuò l'altra fata. "Effettivamente i suoi vestiti sono corrosi, come se li avesse investiti una grossa fiammata. Chiediamogli come è successo?*"
 
La regina si rivolse a me, ma prima che potesse parlare, iniziai io, nella loro lingua e improvvisamente l'assemblea tacque, nel più assoluto stupore.
 
- "Queste bruciature, di cui vi ho già parlato..." dissi, con un tintinnante suoni di campanelle "...sono frutto di uno scontro. Alla torre che sorge poco distante dai vostri confini, una fanciulla vive segregata. Il drago che protegge l'entrata mi ha quasi incenerito ed ecco il perché delle mie ustioni. Vagando alla ricerca di aiuto, ho perduto la via nella vostra foresta, ma vi posso assicurare che so distinguere ciò che è sacro. Sacra fu l'acqua, che mi curò le ferite e mi rinfrancò, dopo la lotta. Sacra fu la donna, che quando ero affamato, mi nutrì di frutta e amore. Sacro è il mio spirito. Forse sono meno sacri coloro che, trovato un uomo stanco e ferito, lo privano dei logori indumenti, lo catturano con trucchi infidi, lo tengono bendato e legato e lo trascinano nudo, sporco e umiliato al centro di un'assemblea, per esporlo al pubblico ludibrio. Senza che egli abbia fatto alcun male a nessuno.*"
 
E mentre parlavo, la mia voce era cresciuta di volume, fino a diventare una tuonante campana di bronzo.
 
L'assemblea di fate mi fissava ammutolita, compresa la regina. Ad un tratto, un campanellino isolati si mise a tintinnare in un'allegra sincera risata. Una fata, nel pubblico, aveva iniziato a ridacchiare: attiratasi le occhiate di tutta l'assemblea, si mise una mano sulla bocca e finse di tossire, suonando come un campanaccio scassato.
 
- "Come conosci tu la nostra lingua?" Chiese la regina, riportando lo sguardo su di me. "Nessun umano la conosce.*"
- "Molti anni fa, in una notte di vento, parlai con voi, in un campo nell'alta montagna in cui bambino andavo d'estate. Mi fermai per ore... a quell'età le lingue si imparano in fretta, soprattutto se sono lingue del cuore.*"
Un mormorio sorpreso si alzò tra le fate.
- "Il bambino fatato! Il bambino fatato!*" Ripetevano tutti.
La regina stessa aveva strabuzzato gli occhi. Scese dallo scranno, sbattendo piano le ali... lenta, si avvicinò a me. Mi specchiai, nei suoi grandi occhi color del rame.
  
<<Che aspetto orrendo...>> Commentò la mia voce interiore, vedendomi strapazzato e stanco.
  
Allora la regina sorrise e mi prese il volto tra le mani.
- "Sei tu..." disse "Sei proprio tu. Non stai mentendo, altrimenti me ne accorgerei... Anche allora avevi la tua voce insolente dentro di te, la voce di ogni bambino, che lo fa parlare con noi e compiere marachelle. Che lo fa sognare, che lo fa essere libero. A lungo hai fatto tacere quella voce e l'hai tenuta nascosta.*"
 
<<Sono molto più forte di quanto credevo.>> Rispose la mia voce interiore. <<E' bello parlare nuovamente ed essere uditi. Grazie, mia regina.>>
 
- "Nessuno si perde davvero." Proseguì lei. "Semplicemente i tuoi piedi conoscono strade che la tua mente ignora: quando ti perdi, non ti stai perdendo davvero. Superata la paura, giungi in luoghi ignoti e inesplorati, protetti da porte nascoste. Perdersi è solo la chiave per aprire quelle porte segrete, per giungere là dove hai sempre voluto arrivare.*"
Alzò la voce.
- "Fata Risatina Insolente!*"
 
Qualche fata del pubblico rise, mentre la fata che prima aveva riso nel silenzio generale, avanzava, con gli occhi bassi. Sottile come un giunco, le ali simili a quelle di una rondine, di colore blu sfumanti in argento, così come i capelli: gli occhi erano verdi, a forma di foglia di quercia e la pelle bianca, ma striata di scuro, come la corteccia di una betulla.
 
- "Ti occuperai di Bambino Fatato (il mio nome per le fate, ndr). Lo curerai e lo vestirai, dopodiché lo condurrai dal Re!*"
- "Dal Re?!*" Esclamò Risatina Insolente.
- "Dal Re?*" Ripetei io.
<<Dal Re?*>> Si aggiunse la voce nella mia testa.
 
- "Hai affrontato il Drago Guardiano!" Rispose la regina. "Sei fortunato ad essere vivo, o incredibilmente forte. Solo il Re può insegnarti come sconfiggerlo.*"
- "Allora..." dichiarai io "...andrò dal Re!*"
 
to be continued...



* Parla nella lingua delle fate

lunedì 20 maggio 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - IX - Risate e bisbigli

Bruciore... la fiammata del drago non mi aveva investito in pieno, ma sentivo comunque bruciare e dolere le gambe e le caviglie. Andai così a cercare un corso d'acqua nel cui bagnarmi... avrei deciso poi il da farsi.

Non fu difficile, in quella foresta, cogliere il rumore di un corso d'acqua: seguii il rumore e mi trovai ben presto in vista di un posto da favola. Un laghetto, alimentato da una splendida piccola cascata, incastrato in un delizioso avallamento pieno di erba e di fiori.

Senza pensarci due secondi buttai in acqua, così come ero, trovando subito sollievo per le bruciature. Tolsi gli abiti e li gettai sulla sponda, poi mi abbandonai all'acqua.

Mi immersi e riemersi, mi infilai sotto la cascata, poi mi immersi di nuovo... ancora prima di riemergere mi accorsi di non essere più solo. Vidi una figura indistinta muoversi sulla sponda del lago, ma quando riemersi non c'era più.

Non me ne preoccupai, finché non mi accorsi di una cosa: i miei vestiti erano spariti!!
Balzai fuori dall'acqua e mi guardai attorno... vidi un movimento in lontananza e mi fiondai in quella direzione! Che diamine! Era la seconda volta che mi trovavo ad inseguire un ladro o ladra che fosse: la cosa cominciava a seccarmi. Inoltre, questa volta ero nudo, scalzo e pure un po' ustionato, quindi rincorrere qualcuno mi risultava molto difficile.

Corsi comunque più che potei, ignorando i piedi che mi chiedevano pietà, ma ormai avevo perso di vista il ladro. E non solo, avevo perso pure la strada... mi ero inoltrato in un tratto di foresta strano, con molti sentieri tutti uguali. Persi l'orientamento... Ben presto non cercavo nemmeno più il furfante che mi aveva preso i vestiti: vagavo nudo, graffiato e dolorante per quel labirinto, alla ricerca della mia strada.

Bisbigli... forse era la stanchezza: mi voltai di scatto e ovviamente non vidi nulla. Risatine... stavo forse impazzendo? Qualcuno si prendeva gioco di me? Corsi verso un cespuglio e scostai i rami, ma niente... altre risate di scherno. Iniziai a sentirmi davvero seccato! Corsi ancora, inseguendo quelle voci che mi deridevano, invano: neppure vedevo chi fosse a ridere e bisbigliare attorno a me. Per quanto ne sapevo potevo essere semplicemente uscito di testa.

<<Quello però è già successo.>> Obiettò la voce nella mia testa. <<Hai una seconda personalità con cui dialoghi costantemente, che sarei io. E qui dentro ti assicuro che non c'è nessun altro.>>

- "Molto confortante..." Risposi.

Ad un certo punto udii un rumore un po' più forte, alla mia destra: mi voltai e vidi uno strano ragazzino, esile, sfacciato, vestito con curiosi abiti colorati, che mi fissava. In mano aveva i miei vestiti bruciacchiati!!

Mi lanciai contro di lui, ma coperta metà della distanza, sentii qualcosa afferrarmi le caviglie, vidi il mondo girare sotto sopra, sbattei la testa e mi ritrovai appeso per i piedi a testa in giù... dondolante dal ramo di un albero.

<<Una trappola bella e buona...>> Osservò la mia seconda personalità.
La testa mi doleva e la posizione mi stava facendo perdere i sensi. La vista mi si era annebbiata, ma notai comunque altre figure unirsi al ragazzino che mi aveva teso l'imboscata: vidi che sulla loro schiena compariva qualcosa... ed essi si sollevarono dal terreno e volarono fino a me. Risate e bisbigli mi circondarono, unitamente ad uno strano ronzio.

- "Ali?" Pensai, mentre chiudevo gli occhi e svenivo definitivamente. "Ma che diamine..."

to be continued...



giovedì 9 maggio 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - VIII - Il drago guardiano

Avevo capito due cose da quell'esperienza... la prima è che non ci nutriamo solo di calorie, vitamine, cibo insomma: ci nutriamo anche di amore e il cibo stesso, se coltivato, raccolto, preparato e mangiato con amore è molto più buono e molto più nutriente e benefico.
 
La seconda era che, non solo non ero da solo, ma che potevo dare e ricevere tantissimo, solo lasciandomi essere ciò che sono e permettendo a me stesso, al mio corpo, al mio cuore, di lasciare aperte le porte, così che la luce possa attraversarmi, disperdendo ogni ombra...
 
Rinvigorito dall'inatteso pasto, mi rimisi in cammino... Il sentiero fece diverse svolte, inoltrandosi sempre di più nella foresta e, ad un tratto, apparve una radura. Il sole ormai alto illuminava lo spiazzo e, al centro di esso svettava un'alta torre di pietra.
 
Mi avvicinai incuriosito... La torre era maestosa, balconi, fregi e mostri di pietra ne adornavano le mura esterne; la porta d'ingresso era scolpita come la testa di un enorme drago dalle fauci spalancate; una bandiera nera, con un drago rosso, posta in punta alla costruzione, si srotolava nel vento.
 
- "Aiuto! Aiutatemi!"
 
Sollevai lo sguardo sorpreso nell'udire quell'invocazione. Una figura femminile si sporgeva sbracciandosi da una delle finestre.
 
<<Oh! Ti prego!>> Esclamò la voce nella mia testa. <<La fanciulla prigioniera nella torre! Si può pensare a qualcosa di più banale?>>
- "Ehi!" Risposi io. "E' il tuo mondo questo, di ché ti lamenti."
 
- "Aiuto! Aiutatemi!" Proseguiva la fanciulla. "Voi, messere!"
Stavo per partire con un "ciao", ma rendendomi conto della situazione, preferii esordire con:
- "Al vostro servizio. Mia signora."
- "Oh! Grazie al cielo mi avete udita! Siete la prima persona che vedo da molto tempo! Non riuscireste mai ad immaginare le disavventure che mi hanno colto!"
- "A mio modesto avviso, siete una principessa, imprigionata all'interno di una torre da mago crudele tramite un potente incantesimo, che potrà essere spezzato soltanto dal coraggioso cavaliere che verrà a salvarvi."
 
Sbarrò gli occhi dalla sorpresa.
- "Ma... ma come avete fatto ad indovinare?"
<<Già...>> fece eco la voce nella mia testa. <<Chissà come hai fatto...>>
- "Siete voi stesso un mago?" Chiese ancora la fanciulla.
- "No mia signora." Risposi io. "Non temete, ora vengo a liberarvi."
E feci un passo verso l'ingresso a forma di bocca di drago.
- "Nooo!" Gridò la fanciulla. "Fermatevi!"
Non aveva ancora concluso il suo grido, che la porta si animò: gli occhi del drago di pietra si accesero, la testa del mostro si mosse e l'intero drago prese forma, rosso e pulsante come un tizzone di brace ardente; si rizzò enorme e maestoso, dischiudendo ali tanto grandi che oscurarono il sole. Ruggì, gettandosi su di me!
 
Uno dei grossi artigli dell'animale affondò nel terreno, laddove un attimo prima mi trovavo io. Sbuffai e grattai il terreno con gli zoccoli; il Toro ormai libero in me aveva reagito, senza che dovessi chiamarlo e mi aveva salvato da una brutta fine.
 
Schivai un altro colpo di artiglio e caricai al suo stomaco rimasto scoperto; pensai di poter affondare il colpo, ma avevo cantato vittoria troppo presto. Il drago fece scattare la lunga coda ricoperta di scaglie aguzze, che si abbatté su di me come una gigantesca frusta, colpendomi tra capo e collo! Barcollai, mezzo tramortito dal colpo: nel frattempo il drago alzò la testa e aprì l'enorme bocca ricolma di zanne.
 
Il bagliore rossastro e sinistro che intravvidi provenire dalla gola infernale, mi ridiede la lucidità: girai la schiena al mio nemico e fuggii più veloce che potei, inseguito da un getto di fiamme incandescenti.

Mi voltai solo dopo aver messo tra me e la torre una certa distanza. Ansimante, dolorante e con i peli bruciacchiati, ripresi lentamente le mie sembianze umane.
  

L'animale si aggirava furioso attorno alla torre, ruggendo e soffiando...
<<Un drago...>> disse la voce nella mia testa <<Una torre, una principessa... poteva mancare un drago?>>
 
- "Mio coraggioso signore!" Gridò la principessa. "Mio signore! State bene!"
- "Sono incolume, mia signora!" Gridai di rimando.
- "Ne sono lieta! Ho così temuto per la vostra vita!"
 
<<Ma tu senti questa...>>
 
- "Osservate!" Continuò la principessa. "Al collo del drago!"
Guardai l'animale: una luccicante chiave d'argento dondolava al suo enorme collo.
- "Quella è la chiave della mia prigione! E' l'unico modo per entrare qui!"
- "Evviva... e come dovrei fare per recuperarla?"
- "Questo sta a voi!"
<<E ti pareva.>>
  
Mi sedetti un attimo a pensare: il drago nel frattempo si stava nuovamente fondendo nella torre, che così tornò ad avere il suo inquietante ingresso a forma di fauci spalancate.
  
- "Cosa sta a significare tutto ciò?" Chiesi a me stesso. "Finora ho scavato per uscire dalla mia tomba, perché vivevo la mia vita come un morto e dovevo rendermi conto di voler essere vivo. Ho ritrovato i luoghi del mio passato, mia nonna e il me bambino, perché potessi finalmente lasciarmeli alle spalle e vivere il presente. Ho sconfitto le Furie che mi succhiavano il sangue, simbolo degli acciacchi di salute che mi sono sempre portato dietro, scoprendo che dentro di me c'è una forza incredibile. Ho fatto pace col cibo, grazie ad una splendida donna selvaggia, per capire che ogni cosa della mia vita è un atto d'amore verso me stesso. E ora? Che senso hanno il drago e la principessa?"
<<Significa semplicemente che al mondo c'è del buono: che questo "buono" è continuamente minacciato e calpestato. Significa che, se hai le forze per farlo, vale sempre la pena di lottare per quello che è giusto!>>
 
- "Quello che è giusto..." ripetei. "Hai ragione, diamine!"
 
Mi alzai e, girate le spalle alla torre, mi avviai.
<<Ehi, dove stai andando? Non vorrai mica fuggire!>> Mi apostrofò la voce.
- "No, certo che no. Ma è inutile che mi faccia arrostire senza ottenere alcun risultato. Mi è venuta un'idea... ma mi serve aiuto."
<<E dove pensi di trovarlo?>>
- "Se ho capito bene come funziona qui nel tuo mondo, confido che sarà "l'aiuto" a trovare me."
 
to be continued...
 
 

domenica 21 aprile 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - VII - Fame, gioia, amore

Fame... questa fu la prima cosa che sentii, quando finì quel senso di ubriachezza.
 
Albeggiava... la terribile notta appena trascorsa era finita e io mi lasciai avvolgere dai raggi del sole. I corpi senza vita delle Furie nere si dissolsero, come ombre allo spuntare della luce.
 
Fame... non solo fame di cibo, fame nel corpo, fame nello spirito, fame nelle profondità delle viscere, fame di vita. Un tipo di fame che non avevo mai sentito prima. Provavo... gioia.
 
- "Da tanto non sentivo questa sensazione..." Disse la voce nella mia testa. "Ero forse bambino l'ultima volta..."
 
Mi misi alla ricerca di cibo... Trovai un piccolo corso d'acqua, a cui mi dissetai, e lo seguii. Fui presto premiato dall'apparizione di un grande albero pieno di frutti rossi, enormi e succosi. Il tronco era alto, liscio, ma non mi scoraggiai. Mi aggrappai al tronco e mi issai, avvinghiandomi braccia e gambe alla corteccia liscia come vetro. La salita era durissima, ma mollare la presa avrebbe significato cadere e rifare tutto da capo, così rimasi aggrappato e con pazienza, un centimetro per volta, risalii il fusto.
 
Arrivai al primo ramo, mi ci issai e finalmente tirai il fiato. Alcuni frutti erano alla sommità del ramo, così decisi di scuoterlo, per farli cadere. Li avrei mangiati dopo essere disceso e me ne sarei anche tenuti alcuni per scorta. Sembrava un'ottima idea... sembrava.
 
E funzionò perfino: scuotendo il ramo, quattro grossi frutti caddero al suolo. Fiero della mia intelligente trovata, mi aggrappai nuovamente al tronco dell'albero e mi lasciai scivolare a terra. Mi voltai, ansioso di assaggiare quelle prelibatezze... ma quelle... erano sparite! I frutti che avevo appena fatto cadere non c'erano più! Eppure ero certo del punto in cui erano finiti.
 
Fu allora che colsi un movimento con la coda dell'occhio: c'era qualcuno! Qualcuno fuggiva a rotta di collo, con i miei frutti! Mi gettai all'inseguimento, attraverso la boscaglia e i cespugli. Il rumore dei passi del ladro mi indicavano la via, finché non lo vidi davanti a me, niente più che una macchia indistinta in mezzo al folto verde, ma tanto mi bastò per fare un balzo e afferrarlo!
 
Rotolammo a terra, avvinghiati: cercai di colpire, ma il mio avversario era agile, esile, scattante. Emanava un odore di selvatico e forza. Riuscii infine ad afferrare i suoi polsi e rotolando, glieli bloccai a terra!
 
Una donna... sudata ed ansimante dopo la lotta, vestita di pelli, stava sotto di me. Nera come la notte, i capelli corvini lunghi e selvaggi... bellissima. Il suo odore mi inebriò e quello mi fu fatale... Con una forza inaudita mi scaraventò via, contro un cespuglio di rampicanti, e prima che potessi riavermi dalla sorpresa, mi fu addosso. Veloce come un fulmine, mi avvolse i polsi nei rampicanti, intrappolandomi, poi balzò via.
 
La fulminai con lo sguardo, imprecando e dimendami senza risultato: la guardai sconsolato raccogliere i MIEI frutti rossi da terra. Lo sguardo di soddisfazione che mi lanciò, fece evaporare quello che restava del mio orgoglio... Ma continuai a fissarla: quei profondi occhi neri, avevano qualcosa di incredibilmente magnetico, pacifico, selvaggio. Qualcosa che andava oltre il giusto o sbagliato, l'orgoglio o l'umiliazione, il pensiero, qualcosa di antico e profondo e allo stesso tempo semplice e leggero.
 
Sorrisi... e lei rispose al mio sorriso. Poi cominciammo a ridacchiare, infine a ridere sempre più forte. Iniziammo a ridere a crepapelle entrambi, io intrappolato al mio cespuglio e lei che si rotolava a terra. Ridemmo così tanto e così forte che quando ci riavemmo, mi dolevano le costole e avevo il viso rigato di lacrime.
 
Lei si sedette, a pochi passi da me. Mi guardava, come se volesse trapassarmi il corpo con il suo sguardo. Sostenni il suo sguardo, fissandola in quei pozzi neri come la notte...
 
Si avvicinò, con in mano uno dei frutti che mi aveva rubato, e si mise a cavalcioni su di me. Bloccato dal suo peso e con le mani intrappolate ancora dai rampicanti, ero completamente immobilizzato. L'odore di bosco che emanava mi stordì, mi stordì la setosità della sua pelle. Non indossava altro che una fascia a coprire il seno e una attorno ai fianchi, le sue coscie poderose stringevano le mie gambe come una morsa. Ero inebriato e affascinato... il cuore mi batteva fino in gola. Ebbi quasi un mancamento, quando si tolse la fascia di pelle che le copriva il torace... ma... non ebbi il tempo di godermi a lungo il suo seno nudo, poiché utilizzò quell'indumento per bendarmi.
 
Protestai debolmente... ma lei si chinò verso di me e, posta la bocca vicino al mio orecchio, disse solo.
 
- "Dimentica gli occhi... dimentica che sei capace a vedere..."
 
Stavo cercando di capire cosa volesse dire... quando lei soffiò, sensualmente e dolcemente, dentro il mio orecchio... Sentii tutto il corpo scosso da una scarica elettrica e feci un balzo che per poco non mi slogai i polsi. Un'erezione, come non ne avevo mai avuta, premette contro i miei abiti, i suoi abiti, il suo corpo stretto contro il mio.
 
Soffiò ancora contro il mio orecchio, bisbigliando parole in una lingua che non capivo: sentii l'aria che mi mancava, volevo trattenermi, ma un gemito strozzato mi sfuggì dalla bocca. Al terzo soffio emisi un lungo gemito, boccheggiando...
 
La sentii allontanare la bocca dal mio orecchio e percepii che stava facendo qualcosa con le mani: un odore dolciastro e buonissimo si mescolo al suo selvatico, la combinazione mi mandò in estasi. Lei avvicinò quella cosa profumata ancora di più al mio naso... intuii fosse un pezzo di frutto rosso. Inalai quell'odore incredibile, ancora e ancora, completamente in confusione... Mi passò il pezzo di frutto sulle labbra, cercai allora di addentarlo, ma lei prontamente lo ritrasse. Iniziai allora a leccarmi le braccia avidamente, godendomi quel sapore celestiale... Andai in estasi...
 
Gemetti, quando lei passò ancora il frutto sulle mie labbra: me le leccai ancora... Quanti anni, quanti anni passati a odiare il cibo, a odiare il momento del pasto, a lottare contro il mio stomaco perennemente chiuso, a combattere per tenere dentro il cibo senza vomitarlo, a odiare i mal di stomaco e la cattiva digestione... Anni e anni di sofferenza, spazzate via in un secondo, da quel tocco delicato sulle mie labbra. Una fame enorme, sconfinata, bellissima, mi discese nelle viscere. Sentii i miei organi, il mio corpo intero esultare come mai prima di allora... sentii non di mangiare, ma di fare all'amore con quel cibo. Io amavo quel cibo... amore per il cibo... io... era impossibile, eppure stava accadendo.
 
Piansi... piansi di una gioia sciocca e stupida. Smettevo di piangere solo per leccarmi le labbra, poi ricominciavo... La donna selvaggia iniziò ad introdurre nella mia bocca piccoli pezzetti di quel frutto e ognuno di essi mi saziava, di cibo, ma soprattutto di amore... Succhiai avidamente le sue dita, mordicchiandole, lasciando che lentamente scivolassero fuori tra le mie labbra, dopo aver lasciato il loro piccolo dono...

 
La sentii avvicinarsi, poi la sua pelle morbida toccò le mie labbra... Indovinai che gocce del succo del frutto rosso le erano cadute addosso, allora iniziai a leccare la sua pelle, avidamente... La parte superiore del seno, le clavicole, il collo... la sentii ansimare... Le sue mani mi afferrarono la testa, stringendola contro di lei, mentre ormai fuori controllo, io leccavo e baciavo e mordevo la sua pelle...
 
Stelle di tutti i colori turbinavano nella mia testa, la sentii gridare parole sconosciute, poi qualcosa esplose in me, in noi. I nostri corpi si irrigidirono, mentre una pioggia di scintille esplodeva nella mia testa. Un orgasmo... sì... ma non il solito orgasmo, un orgasmo a livello degli organi sessuali. Fu un orgasmo del cuore, dello stomaco, della lingua, del naso, delle orecchie, dei polmoni... e andò avanti un tempo incalcolabile, salendo e scendendo di intensità. Era come essere attaccati alla corrente elettrica... e finché ogni cellula del mio corpo non ne fu bruciata, noi potei fermarmi...
 
Ci accasciammo infine... esausti... Non l'avevo toccata e lei non aveva quasi toccato me; non l'avevo penetrata, nessuno dei due aveva toccato i genitali dell'altro... Eppure mai come in quel momento, capivo il significato della frase "Fare l'amore". Ogni esperienza sessuale precedente... era solo un microscopica scintilla, a confronto di quell'incendio che mi aveva appena distrutto.
 
Lentamente si alzò da me, sudata e ansimante... mi tolse la benda, ma non aprii gli occhi. Ascoltai i suoi passi allontanarsi nella foresta, seguiti dal suo inebriante profumo di selvatico...

to be continued...

 

domenica 14 aprile 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - VI - La forza nascosta

- "E adesso..." chiesi "...adesso che faccio?"
- "Adesso..." rispose la voce "...è giunto il momento di combattere."
Mi venne quasi da ridere... stavo in piedi solo grazie al sostegno dell'albero a cui ero appoggiato.
- "Combattere... E con quali forze?"
- "Troverai le forze... oppure morirai..."
 
Beh... pensai... Allora sono morto...
   
Vi è mai capitato, magari da piccoli, di essere appesi con le mani? Al ramo di un albero, ad un sostegno dell'altalena, ad uno di quei giochi da parco giochi... Siete lì appesi e magari fate a gara con qualcuno su chi molla prima. Le vostre mani sono serrate, il vostro corpo a penzoloni e tenete duro finché potete... poi la vostra mente comincia a scalpitare, a bruciare, a lamentarsi. Registra i dolori del corpo... ma voi tenete duro. Vi dice "cosa diavolo ci fai qui appeso come un salame? ti stai facendo del male per una stupida gara. dai, molla tutto." E sono così invitanti quei pensieri e il corpo fa così male...
 
E poi arriva quel momento, il momento in cui superi quella soglia, quel limite... E lì hai due strade; o dai retta alla mente, che urla impazzita e ti ordina di mollare, oppure...
 
Oppure...
 
Non so bene cosa accadde... Ricordo la mia mente urlare impazzita, dal dolore, dalla paura, la terrificante vista delle Furie Nere che si avvicinavano per finirmi.
  
Semplicemente... osservai. Osservai me stesso, osservai la mia paura, la mia mente, il mio corpo, il mio respiro, il battito del mio cuore. Contemplai... un unico immenso momento, che divenne totale... E fu silenzio dentro di me. La folla di pensieri si diradò, la paura di ciò che sarebbe successo svanì, persino stanchezza e dolore si dissolsero. La mia mente si svuotò di ogni cosa e rimase... il nulla? Il vuoto? No... qualcosa c'era. Quando abbandoni tutto, non rimani senza nulla: quando la tua mente si svuota, non smetti di funzionare.
  
Rimane qualcosa, qualcosa di antico, qualcosa... che di cui non siamo consapevoli, in condizioni normali. Percepii con chiarezza ogni fibra del mio corpo, ogni cellula, ogni muscolo, ogni goccia di sangue. Senza l'ombra del pensiero, vidi attraverso me stesso e percepii... percepii qualcosa nascosto nelle mie profondità oscure. Era sepolto... sepolto sotto strati di giudizi, condizionamenti, educazione, razionalità, pensieri... Questi formavano un luogo in cui non ero mai stato prima: un luogo, pieno di fumo nero e spesso, buio...
 
Quel luogo era sempre stato dentro di me, ma fino ad allora non vi ero mai stato: è come la cantina buia, in cui da piccoli si ha paura di scendere. Ti chiedi cosa possa contenere, quale strano essere si celi: così, aprii la porta della mia cantina, la luce entrò, l'aria entrò... e cominciò a spazzare via il fumo.
 
Allora cominciai ad intravvedere qualcosa... Niente più di un'ombra grande e maestosa, che si muoveva. E più il fumo si diradava, più la visione diveniva chiara: vidi catene... vidi una massa di muscoli, coperti da fitto pelo nero, vidi un collo possente, vidi grandi corna bianche, dalla punta nera...
 
Rimasi là, a bocca aperta, nel fissare un toro, nero, gigantesco, lucente! Era bloccato dalle catene, ma si dimenava "ruggendo" davanti a me... Ruggiva, sì! Non so a quanti è capitato di vedere un toro infuriato: il suono che emette... è un vero e proprio ruggito!
 
Ruggiva il toro, e scalpitava, ma collo e zampe erano bloccate dalle catene.
 
Mi avvicinai e quello mi fissò, con gli occhi furibondi: non era infuriato con me, ma con le catene che lo intrappolavano. Allungai la mano e accarezzai il pelo liscio del suo muso, sentii il fiato caldo del suo respiro, il pulsare del suo potentissimo cuore, all'unisono col mio. Sentii le catene, le percepii attorno al mio collo, attorno ai miei polsi, alle mie caviglie... percepii tutta la rabbia di essere intrappolato in quel luogo nascosto!
 
E allora tirai... e tirai! Scuotendo le catene! Tirai e tirai! Ruggendo e ringhiando! Un bullone saltò, un anello si aprì e liberai una zampa. Raspai la terra, soffiando, sentendo la forza crescere in me! E un'altra catena si infranse... Uno ad uno, potevo sentire gli anelli allungarsi, torcersi e poi spezzarsi, sotto la spinta inarrestabile della mia energia! Un'altra catena si infranse e allora, potei alzare la testa...
 
Le Furie Nere erano di fronte a me e partirono all'attacco. E scattai anch'io! Le catene rimaste esplosero, schegge di ferro volarono ovunque, con uno schianto e la mia forza, ormai libera, si scatenò in tutta la sua potenza! Corpo contro corpo, impattai contro la prima Furia nera che mi aveva assalito: sentii chiaramente il mio osso frontale affondare nel petto della belva, la sentii piegarsi nell'urto, sentii il verso spezzato che emise, prima che rimbalzasse indietro e si sfracellasse contro l'albero che aveva alle spalle.
 
Piegai il mio corpo nero e possente verso sinistra, un movimento fluido, elegante, potente... Il mio corno sinistro trapassò di netto il corpo della seconda bestia; percepii chiaramente il suo sangue colare sul mio volto, mentre esalava l'ultimo respiro.
 
La terza Furia mi aggredì alle spalle, si aggrappò al mio dorso, piantandomi le unghie nella carne! Non percepii il dolore... ma solo una nuova sferzata di energia! Ruotai, con un movimento secco, verso l'albero che fino ad allora mi aveva sostenuto: la bestia finì nel mezzo...
 
Solo allora mi fermai. Il rombo del mio cuore mi martellava nelle orecchie; le mie narici soffiavano poderose; il mio intero corpo gridava VITAAA! Alzai la testa al cielo e gridai... e un suono profondo, vibrante, uscì direttamente dal mio petto! E il mio grido riverberò per tutta la vallata!
 
- "Incredibile, vero?" Mi disse la voce nella mia testa.
- "Come... come è possibile?" Chiesi io, ancora stordito.
- "La verità, è che quando la mente ti dice che sei arrivato alla fine, che non ce la puoi più fare, non hai neppure intaccato le tue vere forze. Per raggiungere qualla forza nascosta, devi superare la barriera che la mente ti mette davanti. Le paure, i "se", i "ma", i "forse", i "non farlo", i "è una pazzia", i "è impossibile" formano un muro, una cortina fumogena, che ti impedisce di vedere chi sei davvero."
- "Ero certo... che sarei morto..."
- "Infatti sei morto. E solo lasciando morire ciò che pensavi di essere, sei potuto rinascere, come ciò che sei davvero! Solo lasciando morire quella parte di te che credevi piccola, debole, inadeguata, ti sei concesso di diventare quell'essere potente e splendido, che hai sempre saputo di essere..."

to be continued...