Visualizzazione post con etichetta Cibo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cibo. Mostra tutti i post

mercoledì 27 novembre 2013

Cibo: quella volta che...

Accade che, ogni tanto, nella vita capitino piccoli miracoli.
Sono così rari e proprio per questo, così preziosi.
    
Un giorno come tanti, un momento come tanti, ebbi un incontro inaspettato. Ovviamente una donna, bellissima e affascinante, come ogni donna incontrata per caso, di ogni storia che si rispetti. E come ogni storia che si rispetti, finimmo, per puro caso, a mangiare insieme, in una tavolata di circa 30 persone, gomito a gomito.
    
Mangiare... ero nervoso e non vedevo l'ora di andarmene. Dicevo cavolate a raffica, battute stupide, come quei bambini che esprimono un disagio, non facendo i capricci, ma ridendo e facendo i pagliacci. Ero nervoso perché tutti mangiavano di gusto, mentre io, tanto per cambiare, avevo lo stomaco bloccato. Avevo viaggiato molto, in treno e poi in fuoristrada... niente di strano: ma quando ho lo stomaco bloccato, non c'è nulla di peggio per me che vedere gente che mangia. Chi mi conosce lo sa... o mi distraggo facendo il coglione, o rischio di dover correre in bagno a vomitare...
     
Fatto sta che questa ragazza di fianco a me, sembrò accorgersi del mio problema. Posò la forchetta e il coltello e mi mise un braccio attorno alle spalle.
      
- "Ehi..." Mi disse. "Don't worry... What's wrong?" (Ehi, non ti preoccupare. Che c'è che non va?)
Le spiegai del mio problema, del cibo, che non riuscivo a mangiare e che mi sentivo nervoso...
  
Lei sorrise: mi mise una mano sugli occhi, chiudendomeli completamente. "Don't move." Disse, non muoverti. Restai... in attesa, per diversi secondi: poi un dito si insinuò tra le mie labbra. Non entrò nella bocca, restò là, sulle labbra. Le percorse sul bordo, all'esterno, all'interno... finché non mi venne naturale chiuderle, in quella maniera che fanno le donne dopo essersi messe il rossetto. Immediatamente, un sapore dolce e caldo mi invase la bocca: miele, mi aveva passato del miele sulle labbra. Avrei voluto leccarmi le labbra, ma non osai, forse per timidezza...
  
Di nuovo, le dita toccarono le mie labbra, di nuovo lo stesso gioco... stavolta, però, si insinuarono tra i denti: morsi delicatamente quel dito intruso, lo tenni fermo... lo leccai. Quando lo lasciai andare, restai con la bocca aperta, in attesa del prossimo boccone... in attesa del cibo. Ero ansioso, forse per la prima volta nella mia vita, di essere nutrito, di ricevere cibo.
  
- "Take your eyes closed..." mi sussurrò la voce all'orecchio, mentre la mano che li copriva veniva tolta.
Obbedii e restai ad occhi chiusi: sentii del movimento, poi qualcosa di morbido mi avvolse la testa e gli occhi. Mi resi conto di essere stato bendato. La mia sedia fu allontanata leggermente dal tavolo e la ragazza mi si sedette sopra, a cavalcioni... sentivo il suo fiato caldo sul mio viso...
  
Sentii di nuovo qualcosa toccarmi le labbra... cibo? Era una carota bollita: ci scappò da ridere, mentre le sue dita, che ancora sapevano di miele, guidavano quel boccone nella mia bocca. Percepii... gustai quel semplice ortaggio, come fosse stata ambrosia degli dei... Seguirono altri bocconi, venivo nutrito a quel modo. Ridemmo ancora, quando cercando di darmi da bere, rovesciai l'acqua... ma che importava.
  
Realizzai all'improvviso una cosa... Fino ad allora, mangiare era stato un gesto meccanico, privo quasi di significato. In quel momento, invece... sentii che mi stavo nutrendo davvero, non solo di cibo, ma anche di amore. Ogni gesto aveva un significato, era bello, un gesto da gustare ogni istante: non era un ingurgitare selvaggio, una violenza sperando che arrivasse presto la fine. Anzi... godevo nel mangiare, aspettavo con ansia il boccone successivo. Io, che avevo sempre odiato il cibo; io, che stavo male alla sola idea di dover mangiare; sentii il nodo al mio stomaco, praticamente perenne, sciogliersi...
  
E mi sciolsi anche io... iniziai a piangere come un bambino. Una bellissima donna era a cavalcioni su di me, e mi nutriva con le mani: una delle scene più erotiche che si possano immaginare. E io, invece di allungare le mani, immaginare sesso selvaggio ecc ecc... piangevo. Ed era un pianto di commozione: un senso di liberazione, come mai avevo provato prima nella mia vita. Mi sentii bambino, mi sentii accudito e mi abbandonai...
  
Finito di mangiare, venni sbendato: notai subito che, attorno a noi, molti ci avevano imitato. Chi nutriva lei, chi nutriva lui... Il solito chiacchiericcio da tavolata era sparito: nemmeno lo sferragliare delle forchette si udiva, poiché nessuno più le usava. Ogni gesto aveva... valore. E andava gustato in silenzio, quasi in contemplazione.
   
La ragazza mi guardò sorridente e, senza dire una parola, se ne andò... rimasi là, sulla mia sedia, con lo sguardo sognante e il viso rigato di lacrime. Certe cose andrebbero coltivate: coltivate, continuate, senza permettere che l'ego le distolga. L'euforia di quell'esperienza perdurò in me per circa una settimana, poi, piano piano, si dissolse: tornai alla vita reale, al trangugiare il cibo, guardando l'orologio, chiacchierando, pensando ad altro...
 
Da allora non mi è mai più capitato, di sentirmi così... ma è successo, non è stato un sogno. Da allora, anche se non sono stato ancora capace di rifarlo, io lo so che posso: posso amare il cibo.
  
   
 

lunedì 25 novembre 2013

Cibo: la mia tortura?

Il mio rapporto con il cibo è sempre stato difficile, da ché ne ho memoria.
Ho vaghi ricordi, dell'asilo: ricordo l'ausiliaria della mensa, a cui io dicevo "Questo non mi va. Non ne voglio più", che mi rispondeva "Non ti alzi finché non hai finito tutto!" e mi metteva tutto, anche quello che io le dicevo che non mi piaceva e non avrei mangiato.
   
Finiva che per sfuggire a quell'imposizione, mi nascondevo il cibo nelle tasche: prima avevo tentato gettandolo a terra, sotto il tavolo, ma ero stato severamente punito e sgridato...
  
Carne e pomodori erano le pietanze più difficili: i pomodori soprattutto, non ne toccai più nemmeno uno per sbaglio, fino ai 25 anni, tanto fu il trauma.
  
Non che a casa andasse meglio: l'ingrediente principale di ogni pasto era la "debolezza". Mia nonna era vissuta in un'epoca in cui i bambini si nutrivano come si poteva... ed era ancora convinta che fosse così. Chissà che delusione sono stato per lei da quel punto di vista: tutti i miei coetanei mangiavano come se non ci fosse un domani. Venivano a far merenda a casa mia e mentre io arrivavo appena a metà del mio panino, magari loro ne facevano fuori due o tre. E lì scattava il "convincimento per umiliazione".
  
- "Vedi? Guarda loro come mangiano! Non diventerai mai forte se non mangi!"
Sacco vuoto non sta in piedi... Le rane nella pancia... Per forza sei sempre ammalato, non mangi... Mangia che sei magro... Almeno una volta al giorno, da tutta la vita finché ne ho memoria, ho sentito una di queste frasi. Tant'è che dopo la centesima volta, mi stufai perfino di spiegare che non lo facevo apposta, ma proprio non ce la facevo. E mi sentivo in colpa, per essere così debole, rispetto agli altri che mangiavano come lupi, stavano sempre bene di salute e davano così tanta soddisfazione a mia nonna...
  
La cosa con gli anni non migliorò: il periodo dell'adolescenza lo passai a nutrirmi soprattutto di antibiotici. Lavoravo molto, più di quanto avrei dovuto... il mio corpo si ammalava, ma io mi impasticcavo e andavo comunque. Passai così i miei 5 anni di superiori: tra lastre ai polmoni, mal di pancia e bruciori di stomaco continui, duro lavoro...
  
Osservavo i miei coetanei, che bevevano, fumavano, stavano in giro a divertirsi e "cuccare ragazze"... e stavano bene ed erano forti. Uscii con loro qualche volta, ma più che essere bersaglio di scherzi per la mia stanchezza (mi alzavo alle 5, grazie al cazzo) e per il fatto di tossire come un vecchio di 80 anni, non ottenevo. Ci provai addirittura con delle ragazze, ma le risposte che ricevetti erano... beh, la più gentile fu quella che mi disse "Come puoi piacere alle ragazze? Hai sempre questa aria disfatta, ti vesti come un vecchietto. Tossisci da far schifo, curati no?"
  
Né in famiglia, né tra gli amici ho mai trovato comprensione per la mia debolezza: così ho sempre tirato la carretta, lavorando, studiando, prendendomi cura di mia nonna che ovviamente peggiorava col passare degli anni. E mi isolai... la mia compagnia per anni furono unicamente libri e videogiochi. (Dio benedica Ironobu Sakaguci, creatore della saga di Final Fantasy)
   
In tutto ciò, trasversale ad ogni fase di età... il cattivo rapporto col cibo. Va da sé: stanchezza -> debolezza -> malattia -> medicine -> mancanza di appetito -> più stanchezza -> più debolezza -> più malattia... ecc ecc.
   
Tutto ciò per molti anni... E venne il giorno in cui smisi di mangiare. Non mangiai per... non so, due settimane forse. Lo feci per attirare l'attenzione, così, quando vidi che nessuno se n'era neppure accorto, ricominciai a mangiare, ricominciai con i mal di pancia, la cattiva digestione e via dicendo...
   
Odiavo il cibo: odiavo la mia debolezza... A 19 anni cominciai a praticare arti marziali: mi aiutò, moltissimo. Feci un'evoluzione straordinaria. Eppure, non mi bastava. I miei problemi col cibo migliorarono, ma restarono: mi impedirono di raggiungere il livello che avrei voluto. Migliorai in tecnica, determinazione, sicurezza, forza fisica... ma arrivai al mio limite e non lo accettai.
  
Raggiunto quello che era il mio limite fisico naturale, moltiplicai gli allenamenti. Ogni giorno, senza scampo. Odiavo il mio corpo, la mia debolezza, il mio stomaco e feci di tutto per autodistruggermi... quando questa follia giunse al termine, pesavo 57,5 kg, per un altezza di 1,77m... Giunto alla fine di quella follia, un giorno mi svegliai e non riuscivo più a camminare. Quella fu la fine della mia carriera di combattente.
   
Fu terribile: il corpo era pieno di adrenalina, prodotta dagli allenamenti. Smettendo di colpo, andai in crisi d'astinenza. Avevo crisi di rabbia, incubi... cosa ben peggiore, l'adrenalina fino ad allora prodotta, aveva abbassato di molto la mia soglia del dolore. Quando il livello scese... iniziarono le crisi di dolore. Dovetti prendere antidolorifici, solo per riuscire a dormire la notte: in tutto ciò, avevo comunque da lavorare, studiare per l'università, occuparmi di mia nonna. Mangiai meno, ma avendo eliminato di colpo 4 ore al giorno di attività fisica, recuperai comunque peso.
    
Fu così, che dopo tanta fatica, impegno, sacrificio... mi trovavo punto e a capo. Ero solo come un cane, pieno di lavoro, studi da finire, esami da dare... La svolta forse arrivò quell'11 dicembre del 2008. Quando dritto dritto finii in ospedale... Ho raccontato di come accadde, la mia ricerca del tesoro nascosto. Sarei forse dovuto morire quel giorno e invece tornai a nuova vita.
 
Da quel giorno il cibo cominciò ad avere un sapore diverso... mi accorsi che il cibo dell'ospedale era davvero schifoso e ne soffrii. Volevo mangiare cose buone, come se avessi voluto festeggiare. E ne avevo da festeggiare: ero vivo e quasi in salute!
 
Non fu facile, ma da allora la mia vita ha preso una via diversa: il cibo non è più un nemico. Non sono ingrassato, ma per lo meno non ho più dolori di stomaco, non ho più bruciori. Tornano, ovviamente, quando sono in fase di stress, quando faccio cose che non voglio fare, quando ho paura... Il mio stomaco è di fatto la mia cartina al tornasole, che mi segnala subito se ciò che sto facendo va bene o va male per me.
   
E' un piccolo cucciolo delicato, da trattare con le pinze. Una sorta di reciproca sopportazione che vorrei superare... Arrivare all'amore tra me e il cibo, sarebbe veramente il massimo della mia vita.
   
Mi è successo, una sola volta. Ma questa è un'altra storia, che racconterò, forse domani. Ho amato il cibo... vorrei poterci riuscire tutti i giorni e, chissà, forse un giorno ci riuscirò.