Accade che, ogni tanto, nella vita capitino piccoli miracoli.
Sono così rari e proprio per questo, così preziosi.
Un giorno come tanti, un momento come tanti, ebbi un incontro inaspettato. Ovviamente una donna, bellissima e affascinante, come ogni donna incontrata per caso, di ogni storia che si rispetti. E come ogni storia che si rispetti, finimmo, per puro caso, a mangiare insieme, in una tavolata di circa 30 persone, gomito a gomito.
Mangiare... ero nervoso e non vedevo l'ora di andarmene. Dicevo cavolate a raffica, battute stupide, come quei bambini che esprimono un disagio, non facendo i capricci, ma ridendo e facendo i pagliacci. Ero nervoso perché tutti mangiavano di gusto, mentre io, tanto per cambiare, avevo lo stomaco bloccato. Avevo viaggiato molto, in treno e poi in fuoristrada... niente di strano: ma quando ho lo stomaco bloccato, non c'è nulla di peggio per me che vedere gente che mangia. Chi mi conosce lo sa... o mi distraggo facendo il coglione, o rischio di dover correre in bagno a vomitare...
Fatto sta che questa ragazza di fianco a me, sembrò accorgersi del mio problema. Posò la forchetta e il coltello e mi mise un braccio attorno alle spalle.
- "Ehi..." Mi disse. "Don't worry... What's wrong?" (Ehi, non ti preoccupare. Che c'è che non va?)
Le spiegai del mio problema, del cibo, che non riuscivo a mangiare e che mi sentivo nervoso...
Lei sorrise: mi mise una mano sugli occhi, chiudendomeli completamente. "Don't move." Disse, non muoverti. Restai... in attesa, per diversi secondi: poi un dito si insinuò tra le mie labbra. Non entrò nella bocca, restò là, sulle labbra. Le percorse sul bordo, all'esterno, all'interno... finché non mi venne naturale chiuderle, in quella maniera che fanno le donne dopo essersi messe il rossetto. Immediatamente, un sapore dolce e caldo mi invase la bocca: miele, mi aveva passato del miele sulle labbra. Avrei voluto leccarmi le labbra, ma non osai, forse per timidezza...
Di nuovo, le dita toccarono le mie labbra, di nuovo lo stesso gioco... stavolta, però, si insinuarono tra i denti: morsi delicatamente quel dito intruso, lo tenni fermo... lo leccai. Quando lo lasciai andare, restai con la bocca aperta, in attesa del prossimo boccone... in attesa del cibo. Ero ansioso, forse per la prima volta nella mia vita, di essere nutrito, di ricevere cibo.
- "Take your eyes closed..." mi sussurrò la voce all'orecchio, mentre la mano che li copriva veniva tolta.
Obbedii e restai ad occhi chiusi: sentii del movimento, poi qualcosa di morbido mi avvolse la testa e gli occhi. Mi resi conto di essere stato bendato. La mia sedia fu allontanata leggermente dal tavolo e la ragazza mi si sedette sopra, a cavalcioni... sentivo il suo fiato caldo sul mio viso...
Sentii di nuovo qualcosa toccarmi le labbra... cibo? Era una carota bollita: ci scappò da ridere, mentre le sue dita, che ancora sapevano di miele, guidavano quel boccone nella mia bocca. Percepii... gustai quel semplice ortaggio, come fosse stata ambrosia degli dei... Seguirono altri bocconi, venivo nutrito a quel modo. Ridemmo ancora, quando cercando di darmi da bere, rovesciai l'acqua... ma che importava.
Realizzai all'improvviso una cosa... Fino ad allora, mangiare era stato un gesto meccanico, privo quasi di significato. In quel momento, invece... sentii che mi stavo nutrendo davvero, non solo di cibo, ma anche di amore. Ogni gesto aveva un significato, era bello, un gesto da gustare ogni istante: non era un ingurgitare selvaggio, una violenza sperando che arrivasse presto la fine. Anzi... godevo nel mangiare, aspettavo con ansia il boccone successivo. Io, che avevo sempre odiato il cibo; io, che stavo male alla sola idea di dover mangiare; sentii il nodo al mio stomaco, praticamente perenne, sciogliersi...
E mi sciolsi anche io... iniziai a piangere come un bambino. Una bellissima donna era a cavalcioni su di me, e mi nutriva con le mani: una delle scene più erotiche che si possano immaginare. E io, invece di allungare le mani, immaginare sesso selvaggio ecc ecc... piangevo. Ed era un pianto di commozione: un senso di liberazione, come mai avevo provato prima nella mia vita. Mi sentii bambino, mi sentii accudito e mi abbandonai...
Finito di mangiare, venni sbendato: notai subito che, attorno a noi, molti ci avevano imitato. Chi nutriva lei, chi nutriva lui... Il solito chiacchiericcio da tavolata era sparito: nemmeno lo sferragliare delle forchette si udiva, poiché nessuno più le usava. Ogni gesto aveva... valore. E andava gustato in silenzio, quasi in contemplazione.
La ragazza mi guardò sorridente e, senza dire una parola, se ne andò... rimasi là, sulla mia sedia, con lo sguardo sognante e il viso rigato di lacrime. Certe cose andrebbero coltivate: coltivate, continuate, senza permettere che l'ego le distolga. L'euforia di quell'esperienza perdurò in me per circa una settimana, poi, piano piano, si dissolse: tornai alla vita reale, al trangugiare il cibo, guardando l'orologio, chiacchierando, pensando ad altro...
Da allora non mi è mai più capitato, di sentirmi così... ma è successo, non è stato un sogno. Da allora, anche se non sono stato ancora capace di rifarlo, io lo so che posso: posso amare il cibo.
Lei sorrise: mi mise una mano sugli occhi, chiudendomeli completamente. "Don't move." Disse, non muoverti. Restai... in attesa, per diversi secondi: poi un dito si insinuò tra le mie labbra. Non entrò nella bocca, restò là, sulle labbra. Le percorse sul bordo, all'esterno, all'interno... finché non mi venne naturale chiuderle, in quella maniera che fanno le donne dopo essersi messe il rossetto. Immediatamente, un sapore dolce e caldo mi invase la bocca: miele, mi aveva passato del miele sulle labbra. Avrei voluto leccarmi le labbra, ma non osai, forse per timidezza...
Di nuovo, le dita toccarono le mie labbra, di nuovo lo stesso gioco... stavolta, però, si insinuarono tra i denti: morsi delicatamente quel dito intruso, lo tenni fermo... lo leccai. Quando lo lasciai andare, restai con la bocca aperta, in attesa del prossimo boccone... in attesa del cibo. Ero ansioso, forse per la prima volta nella mia vita, di essere nutrito, di ricevere cibo.
- "Take your eyes closed..." mi sussurrò la voce all'orecchio, mentre la mano che li copriva veniva tolta.
Obbedii e restai ad occhi chiusi: sentii del movimento, poi qualcosa di morbido mi avvolse la testa e gli occhi. Mi resi conto di essere stato bendato. La mia sedia fu allontanata leggermente dal tavolo e la ragazza mi si sedette sopra, a cavalcioni... sentivo il suo fiato caldo sul mio viso...
Sentii di nuovo qualcosa toccarmi le labbra... cibo? Era una carota bollita: ci scappò da ridere, mentre le sue dita, che ancora sapevano di miele, guidavano quel boccone nella mia bocca. Percepii... gustai quel semplice ortaggio, come fosse stata ambrosia degli dei... Seguirono altri bocconi, venivo nutrito a quel modo. Ridemmo ancora, quando cercando di darmi da bere, rovesciai l'acqua... ma che importava.
Realizzai all'improvviso una cosa... Fino ad allora, mangiare era stato un gesto meccanico, privo quasi di significato. In quel momento, invece... sentii che mi stavo nutrendo davvero, non solo di cibo, ma anche di amore. Ogni gesto aveva un significato, era bello, un gesto da gustare ogni istante: non era un ingurgitare selvaggio, una violenza sperando che arrivasse presto la fine. Anzi... godevo nel mangiare, aspettavo con ansia il boccone successivo. Io, che avevo sempre odiato il cibo; io, che stavo male alla sola idea di dover mangiare; sentii il nodo al mio stomaco, praticamente perenne, sciogliersi...
E mi sciolsi anche io... iniziai a piangere come un bambino. Una bellissima donna era a cavalcioni su di me, e mi nutriva con le mani: una delle scene più erotiche che si possano immaginare. E io, invece di allungare le mani, immaginare sesso selvaggio ecc ecc... piangevo. Ed era un pianto di commozione: un senso di liberazione, come mai avevo provato prima nella mia vita. Mi sentii bambino, mi sentii accudito e mi abbandonai...
Finito di mangiare, venni sbendato: notai subito che, attorno a noi, molti ci avevano imitato. Chi nutriva lei, chi nutriva lui... Il solito chiacchiericcio da tavolata era sparito: nemmeno lo sferragliare delle forchette si udiva, poiché nessuno più le usava. Ogni gesto aveva... valore. E andava gustato in silenzio, quasi in contemplazione.
La ragazza mi guardò sorridente e, senza dire una parola, se ne andò... rimasi là, sulla mia sedia, con lo sguardo sognante e il viso rigato di lacrime. Certe cose andrebbero coltivate: coltivate, continuate, senza permettere che l'ego le distolga. L'euforia di quell'esperienza perdurò in me per circa una settimana, poi, piano piano, si dissolse: tornai alla vita reale, al trangugiare il cibo, guardando l'orologio, chiacchierando, pensando ad altro...
Da allora non mi è mai più capitato, di sentirmi così... ma è successo, non è stato un sogno. Da allora, anche se non sono stato ancora capace di rifarlo, io lo so che posso: posso amare il cibo.

