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venerdì 8 novembre 2013

Evviva i cani

Il primo amico a 4 zampe di cui ho memoria è Bill.
     
Nascemmo lo stesso giorno, io e lui: sua mamma era la grossa cagna gialla del nostro vicino di casa e i miei genitori, che stavano aprendo la loro azienda agricola, cercavano un cane da pastore. Quel piccolo mostriciattolo uggiolante, gli sembrò un dono dal cielo: sì, anche per il cane furono contenti.
    
Ricordo il suo odore... Mi raccontano che Bill veniva a dormire vicino alla mia culla: avevamo due mesi, lui già correva e saltellava, io me la facevo addosso, frignavo e poppavo. Appena cominciai a gattonare e poi a camminare, io e Bill diventammo inseparabili.
    
Dormivo con la testa appoggiata alla sua pancia: gliela grattavo e lui si rotolava felice, ridendo. Sì, rideva proprio e muoveva freneticamente tutte le zampe. Aveva la forza di un trattore: ricordo che quando era inverno, trascinava la slitta con me e mia sorella sopra, in mezzo alla neve fresca, in salita.
    
Ricordo che quando voleva, mi azzannava i pantaloni, all'altezza del sedere: aveva una precisione chirurgica, nel prendere solo la stoffa e non la mia pelle, tanto che mia nonna dovette pensare ad una toppa apposita, perché almeno fino ai 3 anni, riusciva a sollevarmi di peso e spostarmi.
     
Potevo essere certo, che quando stavo per combinarne una, lui accorreva a impedirmi di cacciarmi in qualche guaio: ad un genitore si può disubbidire, provate a disubbidire ad un cane giallo grosso il doppio di voi che vi mostra 5 centimetri di denti aguzzi, ringhiando!
      
Un essere umano si stufa, si distrae, pensa ad altro: un cane no... Un cane è "totale": quando Bill era con me, era davvero con me. Magari poteva far finta di sonnecchiare, grattarsi o fare la pipì da qualche parte per segnare il territorio: ma percepiva ogni cosa...
      
Me ne resi conto quando cominciai ad andare al pascolo con lui: i miei avevano aperto la loro stalla. Bill c'era e nessuna mucca poteva sfuggire ai suoi sensi acuti e sperare di fare la furba. Le mucche aumentarono, 10, 20, 30... nel giro di qualche anno. Bill c'era...
      
Crescemmo insieme e quando fui in grado di leggere, capire, osservare il mondo e le persone... mi resi conto di una cosa: nessuno, nessun poeta, nessuno scrittore, nessun Romeo e nessuna Giulietta, è in grado di amare come può amare un cane.
      
Se sono i sentimenti a renderci umani, possiamo essere certi che i cani sono molto più umani di noi: mai, in tutta la mia vita, in nessun essere umano, ho visto un simile amore, così totale, così ovvio dal suo punto di vista. Ero triste e lui era lì a farmi gli scherzi per tirarmi su di morale: andavo a scuola, ma preciso come un orologio, lui era lì ad attendermi quando tornavo e non saltò mai un solo giorno. Potevo magari ignorarlo o perfino trattarlo male, perché ero nella prima adolescenza ed ero sostanzialmente una testa di cazzo: ma bastava un fischio e lui arrivava come se nulla fosse successo.
      
Perfino quando intorno ai 14 anni si ammalò, scodinzolava felice e si veniva a strofinare, come se l'unica cosa importante per lui, fosse la mia presenza. C'erano anche altri cani nel frattempo: Boby, un altro mio grande amico e Fido, che era ancora cucciolo. Ricordo come fido giocasse, mordicchiasse, tormentasse Bill tutto il giorno e di come lui fosse paziente, con quel piccolo cucciolo irritante.
     
La malattia peggiorò, gli prese i reni e le zampe posteriori: era venuto quel momento... in cui si deve scegliere tra l'eutanasia o l'accanimento terapeutico. Il veterinario fu categorico: stava soffrendo inutilmente. Ci accordammo per il giorno successivo.
     
Passai da lui quella sera, prima di andare a letto. Lo accarezzai e gli grattai la pancia: lui scodinzolò felice. Gli parlai a lungo, piangendo: lo ringrazai di tutto, gli dissi quanto era stato bello averlo come amico, che era stato il migliore amico che potessi avere. Gli dissi che non doveva avere paura... ma lui non l'aveva, ero io quello che aveva paura.
    
Il mattino successivo arrivò il veterinario: volevo essere con lui, così lo accompagnai. Entrai nella cuccia di Bill e lo accarezzai, ma lui non scodinzolò... Era fermo, immobile: se n'era andato in grande stile, da solo, come se avesse capito che ormai era giunto il suo momento.
    
Ancora oggi, a 16 anni dalla sua morte, ogni tanto ci ricordiamo di lui.
- "Vi ricordate quando veniva a sdraiarsi sotto il tavolo: durante il pranzo era il suo posto e tu gli davi il cibo di nascosto."
- "Vi ricordate quella volta che è caduto nel canale?" (mica solo io eh) "Non lo avesse riacciuffato papà per il collare... era un cucciolo."
- "Sì e quella volta che quella mucca era scappata: non sapevamo proprio dove fosse finita. Fu Bill a trovarla e riportarla a casa, tutto da solo."
- "E' stato proprio un grande amico."
   
Sì, lo è stato...
   

venerdì 25 ottobre 2013

Evviva il cuore

Sette, otto settimane: meno di due mesi.
Lo stadio di sviluppo di un feto, in quel momento, è ancora embrionale: pesa un paio di grammi ed ha una lunghezza di un paio di centimetri. E' molto, molto lontano dall'essere chiamato "Essere Umano": non esiste neppure un cervello vero e proprio.
  
Eppure... un piccolo miracolo, sta per verificarsi. Una porzione di tessuti muscolari, nervosi e vasi sanguigni, microscopica (misura qualche millimetro), inizia a... battere. E' qualcosa di straordinario, pensare al primo battito di un cuore; prima c'era certamente fermento, il microscopico corpicino in formazione, i tessuti che si differenziano, ma quello, il primo battito del cuore, è movimento, è rumore, è vita.
   
Tum-tum, tum-tum, tum-tum
  
Tum: ventricolo sinistro, il cuore si riempie, l'anidride carbonica viene esplulsa; ventricolo destro, il sangue viene arricchito con ossigeno e Tum! viene immesso nel corpo. Questo succede migliaia di volte ogni singolo giorno: da quel primo Tum, quando ancora siamo dei microscopici esserini senza quasi una forma, fino all'ultimo secondo della nostra esistenza.
   
Tum-tum, tum-tum, tum-tum
   
E quel rumore ci accompagnerà ogni secondo della nostra esistenza terrena. Inarrestabile, instancabile, con una precisione infallibile, lui è là. Certo, ci sono malattie, arresti, cuori più o meno in salute: ma possiamo essere certi che, se stiamo pensando, parlando, dormendo, se qualcosa funziona dentro di noi... vuol dire che abbiamo un cuore che batte.
  
Mangiamo, dormiamo, amiamo, sognamo, ci agitiamo, siamo tristi, felici, ansiosi, permalosi, belli, brutti, dritti, storti, cattivi, buoni, gelosi, golosi... lui è sempre lì e funziona senza perdere un colpo. Tum-tum, Tum-tum, Tum-tum.
   
E' il nostro motore, il nocciolo della nostra esistenza. Sede delle emozioni, per gli antichi, registra tutto di noi: sa quando abbiamo bisogno di lui, quando darci più forza. Quando siamo in pericolo, è il primo ad accorrere in nostro aiuto, aumentando il ritmo; quando siamo felici, condivide la nostra gioia.
  
E' dentro di noi, ma allo stesso tempo indipendente da noi: ha una mente sua, un piccolo nucleo di cellule cerebrali, che lo separano dalla nostra volontà. Infatti, mentre ognuno di noi può trattenere il respiro, nessuno di noi ha il potere di fermare il proprio cuore. Lo si può rallentare, con alcune tecniche, o accelerare, correndo o saltando, ma la nostra mente non potrà mai bloccarlo del tutto.
  
E' dentro di noi, ma è quasi un altro essere vivente: il nostro amico più fedele e presente. Non si perde un attimo della nostra esistenza e non ci abbandonerà fino all'ultimo respiro. A volte addirittura dopo l'ultimo respiro. E' successo ad alcuni, di essere morti e di avere un cuore pulsante: come un eroe solitario, che non si arrende all'evidenza, continua a lottare per mantenere calore e vita in un corpo ormai privo di guida e di pensiero. E' quella che viene chiamata "Morte cerebrale."
  
E grazie alla medicina, quell'eroe, nei nostri giorni, può essere premiato: sì, perché può essere "donato", può spostarti dal corpo ormai senza vita del suo precedente padrone e sostituire un cuore stanco e malato. L'eroe solitario, che non si è arreso alla morte, può salvare una vita: battere di nuovo in un altro corpo e ridare gioia, calore, corse, amore ed emozioni a qualcuno che rischiava di perdere tutte queste cose.
 
A te, Cuore pulsante: a te, che sei il primo a partire e l'ultimo a fermarti, a te che senza sosta mi sostieni e mi dai la possibilità di esistere!
 
 

lunedì 7 ottobre 2013

Evviva i contadini

- "Piove?"
- "Boh..."
- "Come 'boh'? Piove o no?!"
- "Ogni 10 - 15 minuti butta giù tre gocce: te come la chiami? Pioggia?"
- "Boh..."
- "Ecco, mi pareva."
- "Quindi che facciamo?"
- "Andiamo e proviamo."
 
Mia mamma mi guarda perplesso: "andiamo e proviamo" è un concetto abbastanza informatico, che forse non capisce appieno. Mio papà invece, molto più pragmatico, è stato zitto ed è già in piedi pronto ad andare: quindi si va, punto e si fa quel che si può.
 
6 ottobre, domenica: il tempo è... boh... appunto. Andare a raccogliere, "scavare", le patate con un tempo "boh" è un'incognita. La terra sarà troppo fangosa? L'argano a motore comprato nel 1978 da mio zio si guasterà se prende troppa pioggia? Iniziasse a diluviare, dobbiamo aver pronto un piano di fuga e salvataggio delle patate perché non bagnino e marciscano.
 
Non si può più rimandare: il tempo per ora tiene, non abbiamo la certezza che non si metta a piovere per due settimane di fila senza sosta. Quindi, come si suol dire, ora o mai più.
 
Partiamo: io sul trattore, con l'argano dotato di motore a 2 tempi, zappe, secchi, stivali, aratro da attaccare all'argano. Sono affezionato a quell'argano: l'ho visto sui nostri campi di patate da quando sono nato. E' arrivato prima di me, non potrebbe essere altrimenti.
 
Come tutti i motori realizzati negli anni 70, quando i motori erano pensati per durare più della persona che li acquistava, il motore dell'argano (messo in moto a mano tirando una corda) parte praticamente al primo colpo.
 
Ci diamo dentro di buona lena: si apre il solco con l'aratro, si raccolgono le patate, si rovista la terra con la zappa, per estrarre le patate sfuggite all'aratro. Tutte finiscono nei secchi, che vengono portati al trattore e rovesciati nei sacchi. E avanti così, per tutto il pomeriggio.
  
"Guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte." Mai ordine divino fu più azzeccato: con l'unica differenza che qui col sudore abbiamo guadagnato patate.
 
Là, sporco di terra e sudore, chino sulla terra che è bassa, davvero bassa, a volte generosa, a volte avara, mi sento... orgoglioso. Sto facendo il mestiere più umile della terra, sono stanco, sporco, la schiena mi duole... eppure sono felice. E non quella felicità che può dare una grande vittoria, o un risultato straordinario o una vacanza... una felicità più profonda, più antica: mi nutro al capezzolo di madre terra. E' una sensazione di armonia, di pace, di gioia... qualcosa di indescrivibile.
 
Mi vengono in mente manager, imperatori, dittatori, ricconi boriosi e grandi industriali: nessuno di loro può realizzare ciò che un umile contadino fa con l'amore delle sue mani.
 
Neppure i chimici che creano OGM, o gli impianti super meccanizzati con macchinari grossi come campi da calcio: che razza di cibo potrà mai uscire da essi? Saranno certamente insiemi di calorie e elementi, ma saranno vuoti, privi di amore; nutriranno forse il corpo (e anche male), ma non nutrono l'anima e il cuore.
 
Non sono di quelli contro la meccanizzazione, anzi: sono contro la super produzione, contro il "facciamo 100 e buttiamo 90 solo perché abbatte i costi"; sono contro il principio che se quest'anno ho prodotto 2 quintali di patate, l'anno prossimo dovrò farne 3 anche se 1 sarà di troppo e non servirà; sono contro le cose fatte per puro interesse, senza amore e passione.
 
Ho smesso da tempo di fare il contadino a tempo pieno: ho voluto studiare, allontanarmi, crearmi altre opportunità. Eppure, ogni volta che torno ad immergere le mani nella terra, che pascolo le mie mucche, aiuto i miei con i lavori di campagna, il mio cuore esulta e... mi sento a casa.
  
 
Foto originale del momento. Ben visibili mio papà (quello con la giacca verde), mio zio, con l'aratro e io in lontananza, seduto sull'argano. Si intravvede anche mia mamma con la stampella, dietro a mio papà. Mia sorella è dietro il cellulare a fare la foto.

lunedì 30 settembre 2013

Evviva i dott. ing.

Bistrattati, maltrattati, sottopagati, derisi, temuti ed odiati.
Pignoli, saccenti, arroganti.
 
Siamo proprio noi, i dottori in ingegneria.
 
Vi prego, non chiamateci ingegneri: non siamo iscritti all'albo tramite l'inutile-costoso-castoso-schifoso esame di stato, quindi non possiamo fregiarci di tale ditolo.
  
Siamo quella sottoclasse di persone che si sono spaccati la testa su formule, calcoli: gli smanettoni dei computer, gli appassionati di videogiochi-cellulari-cosineconmonitorluminosiingenere. Siamo quelli che creano quei fastidiosi giochini sui vostri smartphone, che inventiamo l'elettronica dei vostri tv al plasma... ma soprattutto... siamo quelli che in genere chiamate quando andate nei casini con i vostri adorati cuccioletti elettronici.
 
Proprio come il veterinario per gli animali, il dott. ing. è considerato il tutto fare dei pc.
- "Ho questo problema col pc."
- "Ehmbé?"
- "Ma come? Non sei ingegnere informatico?"
E qui casca l'asino: la risposta giusta sarebbe "No! Quindi tirati il cazzo."
e invece, siccome siamo dott. ing. e fondamentalmente siamo di indole buona, di solito rispondiamo qualcosa tipo.
- "Potrebbe essere questo, potrebbe essere quello, dai, passo a dare un'occhiata."
Che poi non è che ne sappiamo più di chi ha il problema: semplicemente abbiamo più pazienza. La sciocca pazienza di capire come funzionano le cose, la stupida volontà di esplorare cose che non conosciamo, l'immonda capacità di saper fare errori pur di imparare.
 
Dico che siamo di indole buona: lo siamo perché nonostante il mondo di fatto vada avanti grazie a noi, siamo spesso tacciati di insensibilità-noiosaggine-testardaggine-mente limitata (questa è proprio una puttanata stellare), sì ah, voi ingegneri (dott. ing. prego) siete tutti quadrati, vedete le cose solo in un modo, quando avete una cosa in testa bla bla bla... bene, quando avrai il pc a puttane e mi chiamerai disperato ti manderò un vaffanculo molto rotondo)
 
E invece no... forse perché la soddisfazione di sbattere in faccia all'amico (forse un filoso o un laureato in scienze della comunicazione o scienze politiche) è maggiore del piacere che si avrebbe a vederlo affannarsi contro la teconologia ribelle.
 
Non è grazie ai filosofi che posso scrivere questo mio blog. E' grazie ai tecnici. Non è grazie ai poeti che posso avere una vita facile grazie a motori, pannelli fotovoltaici, cacciaviti, acquedotti... E' grazie ai tecnici. Se vado dal dentista e invece di darmi una botta in testa, ficcarmi una tronchese in bocca e strapparmi un dente, mi fanno anestesia e mi trattano con trapani ultraveloci e ultrasottili, non è grazie agli oratori delle piazze, ma ai topi di laboratorio.
 
E' vero, abbiamo creato anche armi... ma non le usiamo. Non siamo responsabili, così come non lo siamo se internet viene usato dai pedofili. Non ci fossero le bombe e i caccia, le persone si sgozzerebbero e strangolerebbero con le mani... E se non ci fosse internet, i pedofili di certo non sarebbero meno crudeli...
 
Noi fabbrichiamo strumenti straordinari, abbiamo nel cuore l'avanzamento della condizione umana grazie alla tecnologia: poi l'uso che si fa di questi strumenti... ahinoi, non è nelle nostre mani.
 
E allora, quando attraverso il vostro pc, tablet, smart, quello che è... leggerete queste righe, pensate a chi ha messo mente e cuore, per permettervi di leggere queste sciocche parole. Quando telefonerete o messaggerete il vostro amore della vita, quando girerete la chiave nel cruscotto e la vostra auto andrà in moto, quando cucinerete nella vostra cucina 18 fornelli-4 lavelli-3 lavastoviglie alimentata da pannelli solari e gas prodotto da bio masse; quando il vostro amico dott. ing. accorre a casa vostra per sistemarvi quella cosa che proprio non vuole funzionare... siate riconoscenti e lanciateci un biscotto. In fondo, cosa sarebbe il mondo senza i dott. ing.?