sabato 16 novembre 2013

Forza Ison

Ci siamo... Questa è una delle prime immagini di Ison, scattata da un gruppo di astrofili da Reggio Calabria, sullo stretto di Messina.


Ebbene Ison è una cometa: non sembrerebbe dall'immagine, in quanto siamo abituati a pensare ad una cometa con la coda luminosa. Ecco, Ison è così, perché sta raggiungendo il sole ed è ancora sufficientemente lontana da non "perdere pezzi". Sì, perché una cometa (lo so che lo sapete, ma fatemi fare il figo) è un blocco di ghiaccio e polveri, quindi finché sta nello spazio profondo assomiglia ad un grosso sasso. Capita ogni tanto che questi oggetti, passino dalle parti del sole, il sole le scalda e la cometa inizia a "perdere i pezzi". Ghiaccio, polvere e quant'altro... il tutto illuminato dal sole ed ecco a voi la coda della cometa.

Ebbene Ison sta arrivando attorno al sole, proprio in queste ore: sta accelerando. La gravità del sole la attira in maniera sempre più violenta. E qui ci sono due strade: Ison potrà essere distrutta, finire in mille pezzi, a causa della forza del sole; oppure potrà subire quello che si chiama in gergo, "fionda gravitazionale".

E' un vero duello, quello che Ison si prepara ad affrontare: immaginate di essere un motociclista durante una gara e di dover affrontare a tutta una curva molto stretta. Di fronte a voi c'è la concreta possibilità di andarvi a schiantare... ma... se la curva riesce...

Se Ison dovesse vincere la sua sfida col sole, la rivedremo comparire sull'altro lato... E sarà completamente diversa da quel puntino azzurro della prima foto. Uscirà dalla lotta trasformata, un gigante incandescente di ghiaccio (sì, nello spazio è possibile): e sarà luminosa, molto luminosa. Dicono che sarà più luminosa della luna piena, visibile in pieno giorno! E ci farà compagnia per mesi, fino a gennaio... avremo la cometa di Natale quest'anno!

Tutto ciò... se Ison sopravvive alla sua lotta col sole... Io faccio il tifo per lei! Forza Ison!



venerdì 15 novembre 2013

L'imperatrice Teodora

Ieri, sul blog di Lilly, ho fatto la conoscenza di questo curioso personaggio.
  
Come ogni incontro casuale che si rispetti, l'incontro con Teodora è stato... particolare, sicuramente ricco di sorprese. Da buon topo di biblioteca, sono andato su Wikipedia a vedere chi fosse questa imperatrice, presente nei mosaici delle cattedrali di Ravenna: ed ecco a voi, la descrizione... pittoresca (passatemi il termine) che tal Procopio rendeva a sua Maestà.
   
« Quando le figlie divennero giovinette, subito la madre le avviò alla scena, poiché erano davvero belle: però non tutte simultaneamente, bensì a seconda che ciascuna le paresse matura al compito. [...] All'epoca Teodora non era affatto matura per andare a letto con uomini, né ad unirsi a loro come una donna; si dava invece a sconci accoppiamenti da maschio, con certi disgraziati, schiavi per di più, che seguendo i padroni a teatro, in quell'abominio trovavano sollievo al loro incomodo – e anche nel lupanare dedicava parecchio tempo a quest'impiego contro natura del suo corpo.
Non appena giunse all'adolescenza e fu matura, entrò nel novero delle attrici e divenne subito cortigiana, del tipo che gli antichi chiamavano ‘la truppa’. Non sapeva suonare flauto né arpa, né mai s'era provata nella danza; a chi capitava, ella poteva offrire solo la sua bellezza, prodigandosi con l'intero suo corpo.
[...] Spesso giungeva a presentarsi a pranzo con dieci giovanotti, o anche di più, tutti nel pieno delle forze e dediti al mestiere del sesso; trascorreva l'intera notte a letto con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo, quella passava ai loro servitori, che potevano essere una trentina; s'accoppiava con ciascuno di loro, ma neppure così riusciva a soddisfare la sua lussuria.
 »
(Procopio, Storia segreta, IX (trad. it. in Procopio, Storie Segrete, a cura di F. Conca e P. Cesaretti, Milano 1996))
   
Il mio primo pensiero, leggendo ciò, è stato "Sta minchia!"
   
I casi sono due: o Teodora era una ninfomane all'ultimo stadio nel braccio della morte, oppure Procopio non l'amava particolarmente. Pare infatti che non apprezzasse le umili origini dell'imperatrice.
   
Umili origini sì: Teodora nacque da un domatore di orsi e un'attrice di teatro. Essendo però bellissima, astuta, spiritosa e... e... e... riuscì a divenire prima l'amante e poi la moglie di Giustiniano, futuro Imperatore di Bisanzio, Impero Romano d'Oriente, niente meno.
    
Passano le epoche, passano i millenni: cadono le nazioni e perfino gli imperi... ma è sorprendente osservare come la natura umana rimanga immutata nel tempo. Molti trovano la storia noiosa, eppure è così... intrigante. Attraverso le storie di coloro che ci hanno preceduti, abbiamo una visione di noi stessi. Studiando il passato, comprendiamo il presente e possiamo immaginare il futuro.
  
Le persone di cui sentiamo narrare sono ormai... smaterializzate dal tempo: ma le loro storie sopravvivono... Ah sì, amo le storie: le storie parlano di me, parlano di tutti noi. Quando guardo un film, leggo un libro, non sto solo "osservando" la scena: quella scena la sto "vivendo"... La vivo nella misura in cui parla di me, di ciò che sono.
     
Stasera forse uscirò, ordinerò da bere e brinderò a Teodora; brinderò alla Storia; brinderò alla grande avventura dell'umanità intera, chiamata vita...
 
  
 

martedì 12 novembre 2013

La dea Fortuna

Gli antichi ne fecero addirittura una divinità!
La Fortuna, aiutante degli audaci, capricciosa e soprattutto cieca...
    
"La Fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo!" E' stato il mio grido di battaglia per molti anni. Una sorta di Legge di Joker, simile a quella di Murphy.
      
Osservo, come sempre: una brutta malattia... che porta a perdersi in bicchieri d'acqua, porta a filosofeggiare, a creare teorie psicologiche e psicoterapeutiche, semplicemente per non ammere dei propri limiti...
   
Fatto sta che sono qui, a seguito di una bruciante sconfitta a scacchi, avvenuta in modo davvero assurdo.
     
Ecco la situazione dopo un certo numero di mosse: io sono il Bianco, il Computer è il Nero. Finora la partita è stata equilibrata, ma ecco che scatta la "Fortuna"?
     
    
Pensando di essere furbo, sposto la torre accanto al Re, minacciando così la Regina Nera.
     
     
E qui, chi di scacchi capisce qualcosa (non io evidentemente) mi direbbe subito, "bravo pirla!"
Il mio avversario elettronico, non ci pensa due volte e sposta il cavallo in C2.
   
      
Il Cavallo Nero mette sotto scacco il mio Re, quindi sono obbligato a spostarlo: a destra e sinistra sono bloccato dalle mie stesse Torri. In avanti non posso andare, perché la Torre Nera me lo impedisce... Fulminacci! E' Scacco Matto.
     
E' un ampio preambolo, lo so, e chi non mastica di scacchi mi perdoni. Il succo del discorso è, "Mi sono messo nel sacco da solo."
    
Diceva Sun Tzu, nell'Arte della Guerra: "L'abile generale muove l'armata nemica come se fosse ai suoi ordini."
    
Magari state pensando... e che c'entra la Fortuna? Ecco, nella partita appena descritta, il Nero riceve un colpo di Fortuna: l'errore clamoroso del Bianco (io) gli regala la vittoria su un piatto d'argento, vittoria altrimenti tutt'altro che certa.
     
Il Bianco è stato sfortunato? Era "destino"?
    
- "Nooo! Che sfiga!" è stata la prima cosa che ho pensato. Ma è stata "sfiga"?
A volte chiamo sfiga ciò che va oltre le mie capacità: Fortuna, Sfortuna... esistono, certo, esiste il caso, esiste l'incertezza. Il loro potere è però inversamente proporzionale alla mia preparazione: più "conosco me stesso", come direbbe Sun Tzu e più "conosco il mio nemico", più saranno alte le probabilità di vittoria.
   
Non è la certezza della vittoria, si badi bene: la vittoria è sempre incerta. La sfiga che ci vede benissimo è sempre in agguato. Tuttavia, l'ho troppo spesso usata come scusa, per giustificare i miei fallimenti e le mie sconfitte. Chiamare l'incapacità sfiga, mi da una comoda illusione, su cui mi posso adagiare per non migliorare me stesso: ma è una bugia. In questa partita ho perso per la mia incapacità di avere la "visione d'insieme": nel gioco come nella vita, ho guardato in piccolo, ho guardato solo alla prossima mossa, senza riuscire a vedere che mi stavo impiccando da solo. Il Nero è stato certamente fortunato, nel vedersi aprire quella possibilità così inaspettata: è stato capace di sfruttarla e quella... non è Fortuna, è abilità.
   
Insisto con gli scacchi... chissà che riuscendo a oltrepassare questo mio limite, anche nella vita non mi si aprano nuove porte.
  
  

venerdì 8 novembre 2013

Evviva i cani

Il primo amico a 4 zampe di cui ho memoria è Bill.
     
Nascemmo lo stesso giorno, io e lui: sua mamma era la grossa cagna gialla del nostro vicino di casa e i miei genitori, che stavano aprendo la loro azienda agricola, cercavano un cane da pastore. Quel piccolo mostriciattolo uggiolante, gli sembrò un dono dal cielo: sì, anche per il cane furono contenti.
    
Ricordo il suo odore... Mi raccontano che Bill veniva a dormire vicino alla mia culla: avevamo due mesi, lui già correva e saltellava, io me la facevo addosso, frignavo e poppavo. Appena cominciai a gattonare e poi a camminare, io e Bill diventammo inseparabili.
    
Dormivo con la testa appoggiata alla sua pancia: gliela grattavo e lui si rotolava felice, ridendo. Sì, rideva proprio e muoveva freneticamente tutte le zampe. Aveva la forza di un trattore: ricordo che quando era inverno, trascinava la slitta con me e mia sorella sopra, in mezzo alla neve fresca, in salita.
    
Ricordo che quando voleva, mi azzannava i pantaloni, all'altezza del sedere: aveva una precisione chirurgica, nel prendere solo la stoffa e non la mia pelle, tanto che mia nonna dovette pensare ad una toppa apposita, perché almeno fino ai 3 anni, riusciva a sollevarmi di peso e spostarmi.
     
Potevo essere certo, che quando stavo per combinarne una, lui accorreva a impedirmi di cacciarmi in qualche guaio: ad un genitore si può disubbidire, provate a disubbidire ad un cane giallo grosso il doppio di voi che vi mostra 5 centimetri di denti aguzzi, ringhiando!
      
Un essere umano si stufa, si distrae, pensa ad altro: un cane no... Un cane è "totale": quando Bill era con me, era davvero con me. Magari poteva far finta di sonnecchiare, grattarsi o fare la pipì da qualche parte per segnare il territorio: ma percepiva ogni cosa...
      
Me ne resi conto quando cominciai ad andare al pascolo con lui: i miei avevano aperto la loro stalla. Bill c'era e nessuna mucca poteva sfuggire ai suoi sensi acuti e sperare di fare la furba. Le mucche aumentarono, 10, 20, 30... nel giro di qualche anno. Bill c'era...
      
Crescemmo insieme e quando fui in grado di leggere, capire, osservare il mondo e le persone... mi resi conto di una cosa: nessuno, nessun poeta, nessuno scrittore, nessun Romeo e nessuna Giulietta, è in grado di amare come può amare un cane.
      
Se sono i sentimenti a renderci umani, possiamo essere certi che i cani sono molto più umani di noi: mai, in tutta la mia vita, in nessun essere umano, ho visto un simile amore, così totale, così ovvio dal suo punto di vista. Ero triste e lui era lì a farmi gli scherzi per tirarmi su di morale: andavo a scuola, ma preciso come un orologio, lui era lì ad attendermi quando tornavo e non saltò mai un solo giorno. Potevo magari ignorarlo o perfino trattarlo male, perché ero nella prima adolescenza ed ero sostanzialmente una testa di cazzo: ma bastava un fischio e lui arrivava come se nulla fosse successo.
      
Perfino quando intorno ai 14 anni si ammalò, scodinzolava felice e si veniva a strofinare, come se l'unica cosa importante per lui, fosse la mia presenza. C'erano anche altri cani nel frattempo: Boby, un altro mio grande amico e Fido, che era ancora cucciolo. Ricordo come fido giocasse, mordicchiasse, tormentasse Bill tutto il giorno e di come lui fosse paziente, con quel piccolo cucciolo irritante.
     
La malattia peggiorò, gli prese i reni e le zampe posteriori: era venuto quel momento... in cui si deve scegliere tra l'eutanasia o l'accanimento terapeutico. Il veterinario fu categorico: stava soffrendo inutilmente. Ci accordammo per il giorno successivo.
     
Passai da lui quella sera, prima di andare a letto. Lo accarezzai e gli grattai la pancia: lui scodinzolò felice. Gli parlai a lungo, piangendo: lo ringrazai di tutto, gli dissi quanto era stato bello averlo come amico, che era stato il migliore amico che potessi avere. Gli dissi che non doveva avere paura... ma lui non l'aveva, ero io quello che aveva paura.
    
Il mattino successivo arrivò il veterinario: volevo essere con lui, così lo accompagnai. Entrai nella cuccia di Bill e lo accarezzai, ma lui non scodinzolò... Era fermo, immobile: se n'era andato in grande stile, da solo, come se avesse capito che ormai era giunto il suo momento.
    
Ancora oggi, a 16 anni dalla sua morte, ogni tanto ci ricordiamo di lui.
- "Vi ricordate quando veniva a sdraiarsi sotto il tavolo: durante il pranzo era il suo posto e tu gli davi il cibo di nascosto."
- "Vi ricordate quella volta che è caduto nel canale?" (mica solo io eh) "Non lo avesse riacciuffato papà per il collare... era un cucciolo."
- "Sì e quella volta che quella mucca era scappata: non sapevamo proprio dove fosse finita. Fu Bill a trovarla e riportarla a casa, tutto da solo."
- "E' stato proprio un grande amico."
   
Sì, lo è stato...
   

giovedì 7 novembre 2013

Il giocoliere

Succede...
   
A qualcuno è mai sembrato di essere come giocolieri? Per intenderci, quelli che stanno in equilibrio su qualcosa di molto precario (una palla, un tubo, la schiena di un coccodrillo in preda a convulsioni) e nello stesso momento... fanno roteare una quantità di palle direttamente proporzionale a quanto sono cretini.
   
Cretini sì, non bravi: perché un bravo giocoliere sa quante palle può far roteare... Il giocoliere cretino invece no: ne aggiunge in continuazione, è un bulimico di palle, un insaziabile roteatore di palle insomma. Lo fa solo per il pubblico: più palle fa girare, più grande è il codazzo dei suoi seguaci.
  
- "Guardatelo! Come sa far girare bene le palle, in equilibrio precario sul dorso del coccodrillo in preda a convulsioni!"
   
Ed esaltato da quegli elogi, il giocoliere cretino aggiunge altre palle e le fa girare di più, per avere ancora più pubblico.
  
E con tutte queste palle che girano, girano girano... e il coccodrillo che si agita sotto i nostri piedi, è facile che ad un certo punto si finisca a gambe all'aria: il giocoliere non ce la fa più, è esausto, mette un piede in fallo e cade. Casca col culo per terra, il coccodrillo irritato gli da pure qualche smozzicotto e tutte le palle cascano ovunque, in un fragore di vetri infranti.
  
- "Noooo! Tragedia!!" (parte in sottofondo "Sarabande" di Handel) "Le palle hanno smesso di girare!!!"
  
Il giocoliere si gira su sé stesso e cerca di raccogliere le sue palle ormai in frantumi, ma i vetri gli feriscono le mani: lacrime di dolore e vergogna gli rigano il volto.
  
- "Vi prego!" Implora al pubblico. "Qualcuno mi dia delle palle da far girare! Che senso ha la mia vita senza palle che girano?!"
  
Ma dal pubblico arrivano solo fischi e insulti: il giocoliere ha smesso di affannarsi per loro, non fa più girare le palle, in equilibrio precario sul coccodrillo in preda a convulsioni, che nel frattempo se n'è andato risentito.
  
- "Ma come?! Coccodrillo in preda alle convulsioni, anche tu mi abbandoni?!"
- "Sei un fallito di giocoliere! Fai schifo!"
- "Ma potevi agitarti un po' di meno scusa..."
- "Certo! Adesso cerchi pure di dare la colpa a me! Dovresti vergognarti!"
  
Iniziano ad arrivare i primi pomodori: non ho mai capito bene questa usanza. Il pubblico cosa fa? Se li porta da casa preventivamente? Oppure ci sono dei venditori di pomodori marci, che si aggirano tra le sedie prima dello spettacolo, gridando "Pomodori! Pomodori marci da tirare agli artisti che sbagliano! Pomodori marci! Non perdete l'opportunità di umiliare un povero artista incapace!"
E si alzano le mani: "A me due! A me tre! Mi dia l'intera cassetta!"
 
Sporco di pomodoro marcio e ricoperto di insulti, il giocoliere raccoglie le poche palle rimaste intatte. Due. Sono il minimo per ricominciare: ora però non ha voglia di farle girare. Se le mette in tasca al sicuro e volge le spalle alla folla... mentre cala il sipario.
 
 
Questa è un'immagine molto famosa. Chi sa dirmi da dove proviene?

lunedì 4 novembre 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - XIII - Il Drago

Finirono così i miei giorni nel villaggio delle Fate.
Ora una nuova sfida mi attendeva: la torre, la principessa, il drago...
    
Sentivo questo nuovo calore dentro di me, lo spirito di fuoco, ma non avevo bene idea di come usarlo.
- "Quando sarà il momento, lo saprai." Mi aveva detto RI nella mia lingua.
<<Evvai!>> Esultò sarcastica la mia voce interiore. <<In questa storia assurda mancava l'ennesima frase senza senso!>>
- "E buon viaggio anche a te!" Aggiunse RI di rimando, esplodendo poi nella sua irritante risata fatta di campanelli.
<<Andiamo ti prego!>> Mi supplicò l'Io interiore. <<Se la sento ancora ridere, non rispondo più di me.>>
    
E così partii: erano passati pochi giorni dal mio arrivo, ma sembravano molti di più. Ero giunto al villaggio delle fate stanco e ferito, ripartivo curato e riposato e arricchito di un nuovo potere. L'uccello d'orato mi salutò, dal suo nuovo nido libero accanto al villaggio, intonando il suo canto magico...
   
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Mio fratello mi osserva: lo vedo in piedi, in fondo a quello che sembra un letto. Tutto è bianco, ha un colore asettico. Mi dice qualcosa, ma sono così stanco... chiudo di nuovo gli occhi...
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<<Ehi! Dove stai andando?>> Tornai in me, richiamato dal mio io interiore.
- "Devo essermi appisolato un attimo..." Risposi. "Ho fatto uno strano sogno."
<<Quel sogno può attendere ancora un po', non abbiamo finito qui.>>
- "Finito? Finito cosa?"
<<Il drago, la principessa, ricordi?>>
- "Sì, certo... ma perché?"
Nessuna risposta.
   
La torre era di fronte a me: l'ingresso a forma di bocca spalancata mi attendeva, impaziente di trasformarsi e incenerirmi.
- "Siamo pronti?" Chiesi.
<<Lo siamo!>>
Inspirai, chiusi gli occhi: il calore del fuoco si diffuse in me, attorno a me. Mi sentii sollevare, mi sentii avvolgere: quando udii distintamente un nitrito, aprii gli occhi. Stupefatto, osservai il cavallo nero pece che aveva preso forma sotto di me; indossava una bardatura rosso fuoco e scalpitava impaziente.
       
Il mio corpo era invece avvolto da una lucente cotta a maglie strette e protezioni di metallo. L'elmo che calzavo in capo, aveva la netta forma di una testa di leone, alla mia sinistra un grande scudo era saldamente legato al mio braccio. La lancia che tenevo in mano, faceva anche da asta ad uno stendardo... che conoscevo molto bene. Rosso e nero, con un leone rampante d'orato al centro. Lo stesso stemma era impresso sullo scudo.
    
- "A noi due!" Gridai, e il cavallo partì al galoppo.
      
Presi velocità, il rombo degli zoccoli sul terreno divenne assordante. La principessa si affacciò e gridò spaventata, il drago, disturbato nel suo sonno, prese forma e mi fronteggiò ruggendo furioso. Lo vidi alzarsi e inspirare, pronto a rovesciare su di me il suo fiato rovente.
   
Soffiò e le fiamme si diressero su di me e la mia cavalcatura: mi protessi con lo scudo, sentii pulsare lo spirito di fuoco in me e una barriera mi avvolse, deviando le fiamme che tentavano di bruciarmi. Puntai la lancia dritta alla bocca spalancata della bestia.
    
Le fiamme si interruppero bruscamente, quando la punta acuminata dell'arma colpì: il drago si inarcò furioso, rompendo l'asta della lancia, ma la punta gli rimase conficcata in gola. Si rotolò furioso, poi si drizzò di nuovo in piedi e si avventò su di me, con gli artigli affilati.
    
Lo scansai e istintivamente portai la mano alla cintura: le mie dita si strinsero su un elsa. Sfoderai la spada...
Arrivò una nuova zampata, che si abbatté come un maglio sul mio scudo: venni sbalzato dal mio cavallo, che si dissolse così come si era formato, rotolai e mi rialzai. Proprio in quell'istante, il drago girava su se stesso e scagliava su di me la sua coda irta di scaglie e aculei... Lasciai lo scudo, afferrai la spada con entrambe le mani e vibrai il colpo, praticamente alla cieca! L'urto mi si riverberò per tutte le braccia fino alla testa e uno schizzo caldo mi investì. Quando aprii gli occhi, mi trovai lordo di sangue: la coda del drago giaceva inerte a pochi passi da me, l'animale invece ruggiva impazzito dal dolore. La ferita alla gola e quella alla coda gli avevano ormai fatto perdere molto sangue... barcollava, i suoi movimenti si facevano sempre più stentati... Infine stramazzò al suolo.
     
Mi avvicinai... respirava affannosamente, mentre la luce dei suoi occhi si spegneva: avevo vinto sì, ma vedere quel nobile animale, morente per mia mano, mi riempì di tristezza. Sussultai, quando il drago mi parlò.
     
- "Sapevo che questo giorno sarebbe giunto..." disse.
Mi tolsi l'elmo e mi inginocchiai accanto a lui.
- "Sei stato un grande avversario." Gli dissi.
- "Ma tu... sei stato più grande di me. Il tuo viaggio quaggiù è concluso... hai abbattuto il tuo drago. Ti resta una sola cosa da fare..."
Detto ciò, si dissolse al vento: l'unica cosa che rimase, fu la chiave d'argento. La raccolsi e corsi alla porta della torre. La serratura cigolò, polvere e ruggine caddero dal meccanismo bloccato da chissà quanti anni e alla fine, stridendo, la pensate porta di ferro si aprì.
   
Da vicino, la principessa era ancora più bella di quanto pensassi: mi inginocchiai al suo cospetto.
- "In piedi, prode cavaliere." Mi disse, porgendomi la mano.
Mi tolsi l'elmo.
<<Baciala! Baciala! Insomma, il cavaliere salva la principessa e la bacia. E' scritto sul copione!>> Si mise a protestare la mia voce interna.
Lei sorrise e alzò un dito, come a rimproverarmi.
- "Ti sarò eternamente grata, per avermi salvata." Disse. "Ma la tua principessa, è in un altro castello..."
  
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La principessa è accanto a me, il suo vestito sembra un camice: ha un dito alzato e lo sventola davanti ai miei occhi.
- "Sì..." disse "...è sveglio." 
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La principessa aveva di nuovo il suo prezioso vestito, ma la torre era sparita.
- "Ora devi andare: ci sono altri draghi da abbattere e altre principesse da salvare."
- "Allora... questa avventura è proprio finita?" Chiesi.
- "E' solo la fine di un capitolo. Alla prossima pagina, ne comincerà un altro."
  
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- "Signor Voulaz... Manuel... mi sente?" 
La principessa improvvisamente aveva un viso da uomo, con occhiali e cartellina...
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- "E tu?" Chiesi alla mia voce interiore. "Non hai più niente da dire?"
<<Ora sai che esisto. Non ho più bisogno di parlare: sarò sempre con te, a ricordarti qual'è la tua strada.>>
- "Addio..." Dissi allora alla principessa, che era tornata la bellissima fanciulla di prima.
  
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- "Addio?" Mi rispose una voce divertita. "O no, Manuel, nessun addio: starai qui ancora per un bel po'." 
Mi voltai... la "principessa" in camice bianco mi guardava sorridente: di fianco a lei, il primario di neurologia scuoteva la testa un po' contrariato.
 
Mio fratello era in fondo al letto d'ospedale.
   
- "Mi sembra tutto a posto." Disse il dottore. "Torneremo più tardi per fare altri accertamenti."
Lei e la dottoressa se ne andarono.
    
- "Bentornato!" Mi disse mio fratello. "La prossima volta che ci fai prendere un simile spavento..."
Si asciugò veloce una lacrima.
- "Mi spiace..." Dissi.
- "Dai, ora l'importante è che stai bene. Starai qui qualche giorno, ok?"
- "Ok..."
- "Cosa ti posso portare? Vuoi da leggere?"
Avrei risposto sì senza esitare, invece dissi...
- "No... no. Portami un blocco e un paio di penne. C'è qualcosa... qualcosa che voglio scrivere..."
  
The End...?
   

venerdì 1 novembre 2013

Fondi del caffé

Non è vero, ma ci credo.
31 dicembre, Samain, ovvero il capodanno celtico. (Non lo chiamerò mai Halloween).
  
La fine dell'anno vecchio e l'inizio dell'anno nuovo era il momento in cui il mondo dell'aldilà e dell'aldiqua si incontravano. Buoni pensieri venivano scelti e i vecchi venivano bruciati.
   
In un locale di mia conoscenza (stavolta la i non la metto), ieri hanno ricreato questo rito. Ho partecipato con entusiasmo, ho bruciato volentieri i miei pensieri negativi, per poi andare ad una conferenza contro gli inceneritori e i rifiuti zero. Bruciamo i pensieri negativi, non i rifiuti, sono una risorsa, non un peso.
   
Il momento migliore della serata, però, è stata la lettura del fondo del caffé: non l'avevo mai fatta.
Ho bevuto il mio caffé con gioia, poi l'ho rovesciato sul piattino, secondo le regole.
   
Dopo alcuni minuti, la maga ha alzato la tazzina: sul piatto c'erano due archi, verso l'alto. Nella tazzina... boh, macchie di caffé. Tuttavia, la maga sembrò capirci qualcosa e mi disse quanto segue.
   
"Hai seminato bene. Hai coltivato molto nella tua vita, nella terra, nel cuore tuo e degli altri, nel mondo attorno a te: hai piantato semi buoni e forti, che stanno crescendo molto bene. Attento però, essi non sono ancora maturi. Ci andrà ancora del tempo, perché tu possa raccogliere i frutti: ma è solo un tempo tecnico: ti basterà avere pazienza e vedrai infine fiorire tutto ciò che hai seminato."
   
Rimasi un attimo interdetto da quelle parole... Non poteva sapere chi fossi, né che avessi lavorato la campagna: mi sono riconosciuto in quelle parole e ho apprezzato l'augurio. Poi, indicandomi la tazzina, mi mostro i due archi di caffé e aggiunse:
   
"Vedi? Queste sono ali. Grandi e forti ali. Sei molto protetto. Non devi aver paura, perché qualcuno molto attento e molto forte veglia continuamente su di te."
 
Fanculo per una volta la razionalità: forse sono tutte cavolate, frasi di rito che ogni tanto ci prendono. Però... in un qualche modo assurdo, erano esattamente le parole che avevo bisogno di sentirmi dire.
Buon anno!