sabato 30 marzo 2013

Intervallo - 1/3 di 2013

Che anno!
Che anno!
 
Lo dico 2 volte perché il 2013 è qualcosa di così intenso come mai mi era capitato nella vita... Mentalmente, fisicamente, psicologicamente, filosoficamente... la mia vita in esplosione a 360 gradi!
 
Quante cose da quel giorno maledetto/benedetto, mi rendo conto che questo momento è maturato da semi piantati e coltivati negli ultimi 4 anni e mezzo. E' successo di tutto in questo periodo di tempo... Ho viaggiato per un periodo, senza mai disfare la valigia, per poi restare fermo nello stesso posto per mesi; ho navigato e mi sono tuffato in mezzo al mare, ho visto i delfini, ho dormito in coperta, con le stelle sopra la testa e i fulmini di un temporale in lontananza, ho cantato e bevuto rum; ho scalato una montagna, verso il rifugio della Regina a più di 4.000 metri di quota, ho visto una luna che sembrava più in basso di me, tanto vivida e vicina che sembrava di poterla toccare, ho visto milioni di stelle sconosciute che restano invisibili a chi non sceglie di conquistare il cielo, ho visto tappeti di nuvole sotto di me; ho avuto amanti, ho sperimentato, ho sconvolto persone che pensavano di essere "per bene", ho giaciuto con due donne, di cui una mi disse "hai questo  viso da angioletto, come puoi essere così indemoniato?", ho "quasi" sedotto due care amiche che guarda caso hanno quasi lo stesso nome, ho infranto amicizie, ne ho create altre. Mi sono innamorato, mi sono fermato, ho voluto costruire un futuro, ci ho provato per lo meno. Una vita da "bravo uomo di famiglia"... che non so davvero se faccia per me. Avrei voluto diventare papà... ma questa avventura ancora mi manca...
Ho visitato chiese e ho interrogato Dio, ho conosciuto guru, manipolatrici di energie, poteri forse soprannaturali, forse solo illusioni della mente. Ho scolpito la mia pelle con un tatuaggio, ho fumato erba, sono andato a cantare in concerti a squarcia gola... Ho litigato, amato, pianto, gioito, ho provato il profondo terrore, ho vissuto incubi allucinanti, ma sempre sorretto dalla speranza, ho avuto visioni, passioni e sconvolgimenti...

E ora? Ora chi sa...

Scrivo questo "intervallo", perché sarò assente nei prossimi giorni, fuori dal mondo... Ho le mie Furie Nere da affrontare. Dovrò anche io scoprire come finirà questa battaglia e, quando lo saprò, tornerò... se tornerò...

A coloro che mi aspetteranno... grazie per aver condiviso con me una parte di questo incredibile cammino, grazie per aver letto cose alle volte criptiche, che forse solo io comprendo pienamente, ma restando comunque partecipi. Grazie per ogni momento bello e per ogni momento brutto. Grazie per ogni risata e per ogni incazzatura... Grazie per ogni battaglia, per ogni vittoria e ogni sconfitta, grazie per questa mia vita meravigliosa!




*** 
Padre Misericordioso... ho sperperato i miei giorni nella speranza di fare tante cose. Questa non era nei miei piani. Ma in questo momento... la mia preghiera è... vivere i prossimi minuti con onore. 
 
Un uomo potrà sempre dirsi ricco se qualcuno un giorno disegnerà la storia delle sue gesta affinché vengano ricordate. 
  
Questi occhi hanno visto un grande giorno... un giorno da ricordare.  
 
Le guerre si vincono con il cuore.
 
*** Citazioni da "Il tredicesimo guerriero"
 
Non voglio avere paura, non voglio inseguire ombre solo perché sono rassicuranti, voglio lanciarmi nel vuoto, nella mischia della battaglia, nell'avventura senza senso, nel sogno impossibile!
A volte si è convinti di desiderare qualcosa, e non ci si rende conto di fare qualcosa privo di valore.
Quello di chi insegue le ombre non è amore, è bisogno di attaccarsi a qualcosa. Quella non è libertà.
Te ne accorgi, perché la libertà è difficile, da angoscia, fatica, dolore, ma non da quella disperazione melensa, quell'ignavia, quella stanchezza. Guardi indietro e sei felice, quando sei libero! Guardi te e sei orgoglioso! Vi è forse morte, quando si è liberi, ma non c'è sconfitta! L'unica sconfitta a questo mondo, è perdere la speranza, è arrendersi! Fatevi sotto Furie nere, avrete il mio sangue forse, la mia vita, ma non avrete mai il mio spirito invincibile!!
 
L'amore è meraviglioso: ognuno di noi è Re e Regina nell'amore, ognuno di noi è speciale, ognuno di noi è il più meraviglioso gioiello dell'universo... L'amore è meraviglioso per questo, rende ognuno di noi speciale e unico. Quando smettiamo di sentirci così... semplicemente l'amore è finito...
 
** 
Non avevo mai visto un giorno così bello e brutto allo stesso tempo 
 
Le paure causate da eventi reali sono meno terrificanti di quelle causate dalla nostra immaginazione ed attinenti a fatti immaginari. 
  
Io oso tutto ciò che può essere adatto ad un uomo; chi osa di più, non è un uomo.
  
** citazioni da Macbeth (Shakespeare) 
  
If I can't dance, it's not my revolution (Emma Goldman) 
 
Non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi. (Antoine de Saint Exupery - Il piccolo principe)

giovedì 28 marzo 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - V - Furie nere

Capita spesso,
quando si è in un momento in cui, certo, non va tutto bene, ma si pensa di essere perlomeno a buon punto, di un cammino lungo e difficile.
  
Questo pensavo, dopo essermi lasciato alle spalle la nebbia confusa, le ombre, le voci... mi sentivo forte della mia scelta coraggiosa. Il sole calò dietro alle montagne, il sentiero fu sommerso dal buio e io pensai fosse venuto il momento di riposare. Imprudenza mia forse abbassare la guardia... l'imprudenza di chi si sente troppo sicuro. Sdraiato all'ombra di un grosso albero, mi appisolai...
  
Qualcosa mi svegliò... non so dire quanto avessi dormito. Una fitta mi trafisse il fianco sinistro, il respiro mi si bloccò in gola. Cercai di respirare, di inalare ossigeno, mi alzai ma la testa mi vorticò e dovetti aggrapparmi al tronco per rimanere in piedi. Le dita, le labbra, la lingua... mi formicolavano come se il sangue dentro di esse fosse impazzito e io stordito e terrorizzato grattavo la scorza del legno, nella speranza di ritrovare la sensibilità... In un attimo, l'immagine della mia morte mi attraversò la mente.
  
- "Sei tu??!" gridai alla voce nella mia testa. "Sei tu?! Cosa mi stai facendo di nuovo??!"
- "Non sono io, non stavolta." Rispose la voce nella mia testa. "Queste sono le furie nere..."
Sentii ringhiare... uno schiocco di denti, a pochi centimetri dal mio orecchio, ma non riuscivo a vedere nulla, la fitta al petto aumentò, fino a farmi urlare. Mi portai le mani alla gola, cercando di respirare, fui preso dal panico.
- "Che... che mi succede...?" Rantolai.
- "Sei sotto l'attacco delle furie nere... Il male peggiore è quello che non puoi vedere, il male peggiore è quello che non mostra il volto. Lo percepisci, sotto la pelle, nell'aria che respiri, nelle fitte di dolore... Sono artigli neri, conficcati nella tua carne, ma non ti fanno sanguinare. Sono denti aguzzi, che ti azzannano alla gola, soffocandoti piano piano... Sono quei morsi che ti cavano il sangue, fino a farti formicolare, ma non troverai segni visibili. Le furie nere sono i ladri della vita: te la succhiano via un po' per volta... Solitamente non te ne accorgi, ma ora sei qui, nel mio mondo, ora finalmente le puoi vedere all'opera, ti puoi accorgere di loro..."
- "Non vedo... non vedo nulla!"
- "Smetti di cercare con la mente: le furie nere non possono essere viste con la mente. Il pensiero non le concepisce. Il pensiero rifiuta ciò che non è razionale e qui, nel mio mondo, nulla lo è..."
  
Ero forse intontito dalla mancanza d'aria... ma non capivo assolutamente cosa la voce mi stesse dicendo. E cercavo di capire, cercavo di capire... capire qualcosa che non può essere capito, ma solo affrontato. Fu allora, quando la ragione mi abbandonò... che le mie dita intorpidite afferrarono qualcosa. Una matassa di pelo nero e ispido, mi si impigliò tra le mani e due occhi neri, profondi e luccicanti... mi fissarono.
  
La bestia nera ringhiò, stringendo le zanne sulla mia gola, succhiandomi il sangue! Colpii, colpii, colpii con le ultime gocce di forza rimaste... mi strappai gli artigli dal fianco e spinsi via la bestia, la furia nera, che rotolò a terra, ma subito fu in piedi e mi fronteggiò.
  
Inalai aria, aria finalmente... E sentii ritornare la lucidità. Vidi la bestia di fronte a me fissarmi malefica... il mio sangue gocciolava dalla sua bocca avida e dai suoi artigli ricurvi. Ringhiò verso di me e al suo verso, altri se ne aggiunsero... Altre furie nere sgusciarono dai loro fossi nelle ombre e avanzarono verso di me circondandomi, pregustando il pasto, annusando il mio sangue e la mia vita.
 
- "E adesso..." chiesi "...adesso che faccio?"
- "Adesso..." rispose la voce "...è giunto il momento di combattere."
Mi venne quasi da ridere... stavo in piedi solo grazie al sostegno dell'albero a cui ero appoggiato.
- "Combattere... E con quali forze?"
- "Troverai le forze... oppure morirai..."
 
to be continued
 
 

lunedì 25 marzo 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - IV - La nebbia della solitudine

Arrivò all'improvviso...
  
Ero partito baldanzoso, speranzoso, avevo lasciato alle mie spalle il mio villaggio del passato. La nebbia si era alzata, nascondendomi alla vista le montagne che conoscevo.
  
Seguivo il sentiero di fronte a me, seguivo il mio desiderio di casa. La nebbia si infittì, tanto che a malapena distinguevo il sentiero. I miei passi e il mio respiro risuonavano nel silenzio ovattato di quel plasma bianco.
  
Presi la bussola, la mia fedele piccola guida: mi dettava la strada e io, fiducioso, la seguivo. La nebbia avvolse ogni cosa, il sentiero, le foglie, l'universo intero... Un piatto e bianco mondo senza fine, completamente vuoto.
  
Fu allora che arrivò, all'improvviso, come spesso arrivano improvvise le forti emozioni.
La solitudine mi piombò addosso... come una valanga.
  
Avevo avuto coraggio, avevo avuto la forza di abbandonare il mio passato... ma adesso? Ero solo... Solo, come mai nella mia vita... Il vuoto totale era tutto attorno a me e non c'era strada, non c'era via, non c'era guida... Disperso nel nulla cosmico.
  
Ad un tratto vidi delle ombre nella nebbia, come una sensazione di voci: allora corsi, corsi affannosamente in quella direzione! Ma no, eccole là, dall'altra parte! No, nemmeno lì, sono laggiù!
  
- "Ehiiii!" Gridai. "Sono qui!! Qualcuno mi sente?!!" Ancora ombre, ancora voci, ancora inutili corse affannose.
  
- "Perché nessuno mi vede??!"
Era come se tempo e spazio fossero uno scherzo: laddove un attimo prima c'era un'ombra, una voce, quando io arrivavo non c'era più nessuno e quelle si erano spostate un po' più in là. Le rincorsi, le rincorsi, le rincorsi ancora. Mi sentivo tanto solo... avevo bisogno di quelle voci, di quelle ombre.
Infine inciampai e caddi lungo disteso... la nebbia mi avvolse come un abbraccio e non mi feci male, ma iniziai a piangere, disperato. Sentivo ancora una voce, ma questa volta non veniva da qualche parte intorno a me, ma dentro di me. Era un surrurro lontano, ma poi crebbe, crebbe, fino a diventare un urlo assordante.
  
- "Ehiiii! Mi senti??!" Gridò la voce quasi stordendomi. La voce nella mia testa, me l'ero quasi scordata.
- "Ti sento!" Risposi. "Smettila di urlare!"
- "Sono ore che urlo per farmi sentire! Quando mi escludi, non ti sopporto!"
- "Giuro che fino ad ora non ti avevo sentito..."
- "Lo credo bene! Si può sapere che stai facendo?!"
- "Sento delle voci, c'è qualcuno..."
- "Dove? Doveeee?! Sono sole ombre, razza di cretino! Passi la tua vita ad inseguire le ombre, invece di seguire la tua strada. Lo fai perché ti senti solo e sperduto, hai bisogno di qualcuno che ti rassicuri, che ti dica che va tutto bene, ma me lo spieghi a che serve? Le ombre sono solo illusioni, sono le tue voci interiori che cercano di rassicurarti che va bene così, che tutto si aggiusta. Beh, apri gli occhi!! Non va tutto bene e non tutto si aggiusta! Renditene conto una buona volta!"
- "Lo so... lo so cosa credi?"
- "Lo sai? Lo sai davvero? Eppure sei qui ad inseguire delle illusioni! E la tua strada? La tua ricerca? Ascoltami bene adesso! Sei solo, renditene conto! Sei solo perché hai perduto te stesso! Tu insegui le ombre che speri possano salvarti: non importava chi siano quelle ombre, basta avere qualcosa, avere qualcuno, avere chiunque che possa riempire la tua nebbia di solitudine... ma non è così che funziona! Nessuna ombra, per quante ne insegui, ti farà stare meglio!"
- "E allora? Allora... cosa devo fare? E' insopportabile questo vuoto... mi fa impazzire..."
- "E' così doloroso perché lo rifiuti. Questo vuoto è parte di te, questo vuoto sei te. Smetti di cercare di tenerlo fuori...Non supererai mai la nebbia della solitudine, se non impari ad accettare la solitudine. La solitudine è la tua voce interiore, sono io che cerco di farmi sentire. Sei affamato, affannato, come un disperato alla ricerca dell'aria, come un drogato alla ricerca della dose... Ed è la tua dose quotidiana di ombre che ti porterà alla felicità?! Lasciati andare a questo dolore che senti, lasciati travolgere da esso, piangi, urla... ma accettalo.
Finché sentirai di aver bisogno delle ombre... inseguirai solo quelle e non seguirai la tua strada. E ti sentirai sempre solo, perché ti affannerai dietro ad ombre e voci e non sentirai me, non sentirai te stesso e chi perde sé stesso si sente sempre solo, chiunque abbia vicino. Accetta questa solitudine che senti, amala addirittura, perché è il più potente strumento che hai per cercare dentro te stesso e trovare te stesso. E, se segui la tua strada, se smetti di correre dietro alle ombre, se scopri davvero chi sei... allora la solitudine non esisterà più."
  
Io voglio inseguire le ombre... pensai dentro di me. E' facile inseguire le ombre... accettare la solitudine, come si può accettare la solitudine. Era attorno a me, quella solitudine, era quella nebbia che mi impediva di vedere la strada. Era nella mia testa, la nebbia, popolata di ombre e voci gentili, cariche di promesse di protezione e rassicurazione.... Ombre... illusioni. Io solo ero padrone della mia vita.
Respirai... smisi di cercare di respingere il dolore, il vuoto. Smisi di respingere le mie sensazioni... "Esse sono me, io sono queste emozioni. Io amo queste emozioni, esse non ostacolano la mia via, mi accompagnano su di essa, alla ricerca di me stesso, del mio vero io..."
  
Avete mai provato ad immergervi nell'acqua fredda? Non buttandovi di colpo, così è facile. Immergendovi, piano piano, un centimetro alla volta. Metti i piedi nell'acqua gelida e vorresti fuggire, i brividi assalgono il tuo corpo. Invece avanzi... irrigidisci i muscoli, stai teso fino a sentire male. Ecco, se in quel momento rilassi i tuoi muscoli, ti lasci trafiggere dal freddo senza resistenza... Se avanzi, immergendoti ancora, il busto, le spalle, il collo, la testa... e non opponi resistenza, allora provi quella sensazione: accettazione. Improvvisamente, il freddo che respingevi con tanta forza fa parte di te, non fa più paura... Allora riemergi, ma riemergi diverso: non senti più freddo, l'aria esterna ti accoglie tiepida, amorevole.
  
Se qualcuno di voi ha mai provato una cosa simile, allora può capire come mi sentii in quel momento. Mi immersi nella mia solitudine... mi lasciai penetrare da essa. Smisi di irrigidirmi... accettazione.
  
Quando aprii gli occhi e riemersi, la nebbia era sparita: un sole tiepido e accogliente, scaldava un bosco che non conoscevo. La bussola indicava senza esitazione il sentiero davanti a me.
  
Le ombre c'erano ancora: facevano frusciare le foglie e raccontavano di facili gioie e riposo e protezione... ma non le ascoltai più. La strada verso il mio tesoro nascosto, verso il me stesso perduto era là. Fu così, che ripresi il mio cammino...
  
to be continued



giovedì 14 marzo 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - III - La strada di casa

Mi strappai fuori dalla terra... e crollai al suolo, nudo, sanguinante, esausto.
Mi ci volle un po' per ritrovare la lucidità necessaria per guardarmi attorno.
Conoscevo il posto in cui mi trovavo... il cimitero di paese... I contorni erano vaghi, il cielo plumbeo solcato da fulmini.
Le montagne attorno brulle, nere, coperte di cenere anziché di neve.
 
- "Cos'è questo luogo?" Mi chiesi.
- "E' il tuo mondo, quello in cui hai seppellito tutto ciò che non volevi far vedere." Rispose la solita voce.
 
Cercai inutilmente di scacciarla dalla mente e mi tirai faticosamente in piedi. Mi incamminai...
 
- "Dove pensi di andare?" Mi chiese la voce.
- "A casa..." risposi io, voglio tornare a casa.
- "Stupido! Non c'è casa qui!"
 
Non ascoltai e arrancai. Uscii dal cimitero e presi il sentiero che passava per i campi... Conoscevo la strada, riconoscevo ogni sasso, ogni curva del sentiero.
  
I bei campi verdi della mia terra però, erano neri, aridi, battuti dal vento. La cenere sollevata oscurava il cielo, entrava nelle mie ferite e gelava il mio corpo nudo. I fulmini balenavano in questo turbinio... Voglio andare a casa, voglio andare a casa... mi ripetevo un passo dopo l'altro.
  
Una folata di vento più forte mi spinse la cenere negli occhi, accecandomi. Mi riparai con le mani e, quando le tolsi... mi trovai in un luogo diverso.

  
Ero sul crine della montagna, in un luogo che conoscevo bene. Ecco laggiù casa mia e... queste mucche...
Riconoscevo quegli animali: Giardina e Regina, le mucche che mia nonna aveva... venti anni prima. E Bill, il mio grande cane giallo... Non mi abbaiò, mi venne incontro, mi annusò e scodinzolò felice.
E in mezzo a loro, ritta nel prato, stava proprio lei, mia nonna. Ce l'avevo fatta! Ero tornato a casa!
  
- "Nonna!" la chiamai. "Nonna!"
- "Manuel?" Rispose lei guardandosi attorno. "Manuel, aù i teu?" ("Manuel, dove sei?")
- "Sei tseu!" Le risposi gridando forte. ("Sono qui!") Ma lei non mi guardò.
- "Manuel?" Chiamò di nuovo.
 
Fu allora che un bambino mi passò di fianco correndo, si fermò solo un secondo, per lanciarmi un'occhiata tra il curioso e il sospettoso. Poi raggiunse mia nonna di corsa.
- "I et un ommo to biut là." Le disse, indicamdomi. ("C'è un uomo tutto nudo là.")
 
Guardai mia nonna voltarsi verso di me e fissarmi inorridita, guardai il me stesso bambino indicarmi stupito... e poi crollai, svenuto, a terra.
 
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Sognai... o meglio, ricordai... ricordai i miei giorni di bambino, ricordi che avevo nascosto da tempo. Ricordai di quel giorno che ero al pascolo con mia nonna e un uomo sporco, nudo e ferito era arrivato zoppicando, perso e disperato. Ricordo di come mia nonna lo avesse trasportato a casa e curato. Ricordo che ero accanto a lui, quando riprese i sensi: io giocavo con i miei soldatini di legno sul pavimento di casa...
 
Mi sveglai... prima di aprire gli occhi, gustai il tepore delle coperte che mi avvolgevano. Coperte... e bende. Sentivo chiaramente di essere stato fasciato, laddove il legno della bara mi aveva ferito. Le schegge di legno erano state meticolosamente tolte. Aprii gli occhi e riconobbi il soffitto di casa di mia nonna... Ero a casa... Ero a casa?
- "Ciao!" mi voltai. Il piccolo Manuel stava in piedi accanto al letto e mi fissava. In mano un soldatino di legno.
- "Sei guarito?" Mi chiese.
Come si risponde a un sé stesso bambino, che ti chiede una cosa del genere? Aprii la bocca più volte, ma non dissi nulla.
- "Sei sveglio." La voce di mia nonna irruppe nella stanza; l'odore di minestrone la seguiva.
La guardai smarrito.
- "U predja pa..." le disse il piccolo Manuel. ("Non parla.") "Pot se fere cu sea meut." ("Può darsi che sia muto.")
- "Comprenteu tsen chi dijo?" Mi chiese allora mia nonna. "Capisci, quello che dico?" Ripeté in italiano.
Stava per passare al francese, lo sapevo: lei parlava molto bene anche quella lingua.
- "Capisco quello che dici..." risposi.
- "Chi sei?" Mi chiese allora. "Cosa è successo?"
 
Sapevo fin troppo bene cosa rispondere: 20 anni prima, da bambino, avevo sentito quelle stesse parole.
 
- "Ho perso... ho perso la strada di casa..."
Mia nonna scosse la testa...
- "Tra poco è pronto il pranzo." Mi disse. "Qui ci sono dei vestiti che dovrebbero andarti bene. Appena sei pronto, vieni di là."
 
Bastò un cenno del capo e il piccolo Manuel ritirò in fretta i soldatini e la seguì in cucina: mia nonna ha sempre saputo come farsi ubbidire.
Rimasi ancora a letto qualche minuto.
 
- "E adesso?" Mi chiese la voce nella mia testa. "Cosa pensi di fare?"
- "Mi fermerò qui." Dissi convinto. "Mi fermerò qui e aiuterò il piccolo me stesso a crescere bene, ad avere tutto ciò che non ho avuto io... Mi è sempre mancato qualcuno che mi istruisse. Qualcuno che mi indicasse la strada: quante... quante volte ho sognato di poter tornare indietro e cambiare le cose. Ora... ora ho l'oppurtunità di farlo davvero!"
- "Stupido... sai bene di non poterlo fare. Questo è il passato e il passato non si può cambiare."
- "Allora perché sono qui?"
- "Perché sei uno stupido! Sei uno stupido che non sa abbandonare il passato! E per questa tua stupidità, rimani rinchiuso nel passato e non riesci a vivere il presente!"
- "Non voglio lasciare il passato... Quando ero piccolo, tu non c'eri: la vita era più bella."
- "Non avevi ancora cominciato a seppellire i tuoi desideri e i tuoi sogni: ma avresti cominciato presto..."
- "Voglio cambiare tutto ciò. Voglio aiutare quel bambino, avvertirlo su cosa lo aspetta, su quali scelte dovrà fare."
- "Non puoi, anche volendo. Il passato è passato, non si può cambiare: ma vedere il passato nella giusta prospettiva, può farti capire il presente."
- "Non voglio più starti a sentire!" Sbottai infine.
- "Non puoi farmi tacere... non più! Mi hai messo a tacere per tanti anni, seppellendomi quaggiù, ma quaggiù comando io e tu non ci puoi fare niente!"
 
Mi alzai e indossai i vestiti che mia nonna mi aveva preparato.
Raggiunsi lei e il piccolo Manuel e mi sedetti a tavola con loro. Mangiai e ad ogni boccone sentivo ritornare le mie forze. Bill si accucciò ai miei piedi...
- "Strano..." Disse Manuel. "Di solito fa così solo con me, vero nonna?"
- "Vero." Confermò mia nonna. "E' come se... ti conoscesse da sempre."
Ed era così: io e Bill eravamo nati lo stesso giorno. Eravamo cresciuti insieme... era la mia baby sitter quando ero bambino. Misi il piede sotto il tavolo e gli strofinai la pancia: ricordavo quanto gli piacesse e infatti lui si rotolò felice sulla schiena.
 
- "Non dovresti essere qui." Disse mia nonna... "Capisco un segno del cielo quando lo vedo. Dio ti ha mandato qui perché ti curassi e perché tu potessi rimetterti in forze. Ora sento però, che non ti fermerai qui. Sei un'anima in pena e le anime in pena non si fermano mai..."
Ricordavo quelle parole di mia nonna, rivolte allo sconosciuto venuto da chissà dove...
 
- "Io..." Risposi, abbassando lo sguardo. "Io ho perduto la strada di casa... l'ho perduta e pensavo di averla ritrovata... L'ho ritrovata qui..."
- "Qui è la tua casa. Lo sarà sempre. La tua casa non l'hai perduta: hai perduto però la tua anima... e ora la devi ritrovare. E qui non c'è. Non è qui il tuo posto, ora. Pregherò per te, affinché Dio ti conduca sulla giusta strada."
Non dissi nulla... sapevo che aveva ragione. La guardai in silenzio, mentre mi preparava un sacco, con pane nero, carne secca e frutta.
 
- "Dove andrò ora?" Dissi a me stesso.
- "Dove ti condurrà la sorte, alla ricerca di ciò che hai perduto." Rispose la voce nella mia testa.

- "E' questa la lezione che devo impare oggi? Che bisogna lasciarsi il passato alle spalle?"
 
Ringraziai mia nonna per le cure e le provviste e feci per avviarmi, ma giunto alla porta una voce mi chiamò.
- "Aspetta! Aspetta!" Il piccolo Manuel mi corse incontro. "Prendi questa!" E mi diede una piccola scatoletta di metallo.
- "Che cos'è?" Gli chiesi.
- "E' la mia bussola. Ti aiuterà a trovare la strada! Serve a questo una bussola sai? Quando vado in giro per le mie avventure, mi riporta sempre sulla strada di casa."
Presi la scatoletta e la aprii... Gli occhi mi si riempirono di lacrime: riconobbi all'istante quell'oggetto. La bussola che mio papà mi aveva regalato quando ero piccolo! Allora non l'avevo persa! L'avevo data a quel vagabondo sconosciuto, perché ritrovasse la strada!
 
Mi inginocchiai.
- "Un giorno, tra tanti anni, te la restituirò. Te lo giuro." Gli dissi. "Sei un bravo bambino. Lo dimenticherai tra qualche anno, ma arriverà un giorno in cui ti guarderai indietro e un bambino ti ricorderà di nuovo chi sei."
Il piccolo Manuel mi guardò senza capire...
- "Beh, allora ciao!" Mi disse solo e corse via.
 
Allora mi misi lo zaino in spalla e lasciai la mia casa tra le montagne.
 
- "Ti sei deciso a partire finalmente!" Mi disse il Joker nella mia testa.
- "Ho trovato quello per cui ero venuto..." Risposi io.
- "Ah sì, cosa hai trovato?"
- "Ho ritrovato la mia bussola. Ora posso cercare la mia strada!"

to be continued


lunedì 11 marzo 2013

Alla ricerca del teroso nascosto - II - La bara

Precipitare. Era questa la sensazione. Il buio era totale, nessun rumore, nessuna sensazione di tatto o di peso o di qualunque altra cosa. Vuoto. Vuoto totale. Eppure sentivo di precipitare...
  
"Sono morto." mi ricordai. "Succede così quando muori?"
Ero vigile, presente di me stesso: ma provando a muovere le braccia per toccarmi scoprii di non riuscirci. Ogni senso era morto: ero puro spirito, puro spirito che precipitava nel buio.
 
Precipitare. Ora però la sensazione era diversa, come se, oltre a cadere, girassi su me stesso. Girai e girai... finché non ebbi le vertigini. Divenni così consapevole della mia testa, mi ritrovai a sbattere le palpebre al buio. Girai e girai e venni sbatacchiato come da un tornado impetuoso; mi venne la nausea, divenni consapevole del mio cuore, che cominciò a rimbombarmi nelle orecchie. Divenni consapevole del mio stomaco, contratto nello spavento.
 
Annaspai, con le braccia e con le gambe... e picchiai, picchiai contro qualcosa di solido e duro. Il dolore mi trafisse la mente. Tastai, con più calma. Mi accorsi di essere sdraiato... una superficie ruvida mi graffiava la schiena. Provai ad alzarmi, ma picchiai la testa contro un soffitto troppo basso. Altro dolore, un gemito echeggiò nel buio. Era la mia voce... le mie orecchie ora percepivano, anche se gli unici rumori erano il mio respiro affannoso e il battito furioso del mio cuore.
 
Ripresi l'esplorazione con le mani: tutto attorno a me la stessa ruvida parete di legno. Mossi le gambe e anche quelle urtarono la stessa superficie... affannosamente mi girai, mi rivoltai, tastai, ma ovunque incontravo quel muro...
 
Iniziai a respirare affannosamente, mentre il terrore si impossessava di me. Picchiai ovunque, mi agitai, in quello spazio stretto, al buio, non potermi muovere mi faceva impazzire! Mentre un pensiero terribile si faceva strada in me...
"E' una bara!"
 
Gridai e la mia voce mi giunse strozzata! Picchiai a casaccio contro le pareti, con le ginocchia con le mani! Colpii troppo forte e sentii chiara la sensazione della pelle che si lacera. Gridai dal dolore... stare fermo però era impossibile. Mi assalirono i crampi... mi contorsi in ogni modo, piangendo e gridando, picchiando e strisciando ovunque, graffiandomi e lacerandomi il corpo nudo contro la parete di legno!
 
Andai in iper-ventilazione e sentii che stavo per impazzire... Fu allora che, forse, impazzii sul serio.

 
"Povero! Vorresti andare a piangere da mammina?"
 
Sobbalzai! Chi aveva parlato?
 
"Ci sei solo tu qui dentro, coglione!" Disse la voce in risposta, come se avesse letto nei miei pensieri.
Ero io a parlare, non c'era dubbio.
"E tu... chi sei?" Chiesi, turbato, a quella voce che usciva da me stesso.
"Non lo sai, è proprio questo il problema... Sono te, o meglio, ciò che di te non conosci, ciò che di te ti rifiuti di vedere e sentire. Per questo sei qui: io ti ho portato qui, dove tu mi hai rinchiuso, in questa bara, per anni e anni, al buio! Ora anche tu sai cosa si prova!"
"No! Nooo!" Gridai, picchiando ancora contro la bara. "Fammi uscire! Fammi uscire ti prego!!"
"Fammi uscire ti prego!" Mi canzonò la voce. "Venti anni ti ho supplicato allo stesso modo, venti anni di suppliche e grida inascoltate. Qui dentro ad impazzire da solo..."
"Non ti ho mai sentito..." mi giustificai piangendo, ma dentro di me sapevo che non era vero.
 
E allora piansi... piansi come non avevo mai pianto prima. Io mi ero rinchiuso in quella bara. Io mi ero ucciso. Non ero morto quella notte, ero morto da tanto tanto tempo e non me ne ero reso conto...
 
"Sei solo un inutile piagnucolo!" Mi rimproverò la voce. "Invece di disperarti, facci uscire di qui."
"E come?"
"Tu ci hai ficcati in questo guaio, tu ce ne devi tirare fuori! Avessi saputo prima come uscire da qui, non mi sarei data tanta pena per trascinarti qui dentro con me!"
 
Sentii bruciare una spalla. Allungai la mano e, non senza qualche difficoltà, mi estrassi dalla carne una lunga scheggia di legno.
 
"Non è poi così solida questa bara..." Pensai.
Tastai le tavole sopra di me. In alcuni punti in cui l'avevo colpita, c'erano irregolarità, il legno si era scheggiato. Iniziai allora a colpire, più forte a piantare le unghie nel legno. Una mi si spezzò, con uno scrocchio secco e io urlai, pazzo di dolore.
 
"Non fermarti! Gratta! Colpisci!" Mi incitò la voce.
 
Continuai... piangendo e gemendo... Schegge di legno venivano via, piano piano, rosicchiai e scorticai le tavole che mi tenevano prigioniero. Altre unghie mi si spezzarono, ma infine riuscii a fare spazio tra le tavole e infilai in mezzo le dita. Terriccio... terriccio mi cadde sul viso e sul corpo. Feci forza e più terriccio cadde.
 
Non so quanto tempo passò... non sentivo più le dita, il corpo era un unico dolore... Infine un asse cedette e mi ritrovai sommerso di terra. Boccheggiai disperato, alla ricerca d'aria. Artigliai la terra attorno a me... il peso mi schiacciava.
 
"Scava!" Mi gridò la voce. "Scava maledizione!"
 
Strisciai come un verme, mangiando terra, sputando e facendomi strada un centimentro alla volta. Avanzai... avanzai... smisi di pensare... smisi di ascoltare la voce che mi incitava. I gesti erano qualcosa di automatico.
 
"Guarda!" Esclamò all'improvviso la voce. "Guarda!"
"Cosa?" Chiesi disorientato e sconvolto dalla fatica.
Mi accorsi allora, con stupore, che intravvedevo l'ombra delle mie mani. Le mie dita martoriarte, di fronte a me... voleva dire che non era più così buio.
"Dai! Dai!"
Scavai con più lena, la luminosità aumentò... scavai, scavai come un pazzo... Un refolo d'aria mi sfiorò il viso, mentre, per la prima volta da quella che sembrava una vita intera, le mie dita non incontravano resistenza e si aprivano all'aria.
 
Sentii un grido salire dentro di me! Urlai, mentre la voce dentro di me rideva sguaiata...

to be continued...



martedì 5 marzo 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - I - La mia morte

Non dimenticherò mai quel giorno.
Era un giorno di merda qualunque, simile e a mille altri giorni, della mia vita di merda.

Lavoravo sia nell'ufficio, in cui ero arrivato da poco... lavoravo a casa, aiutando chi potevo aiutare... studiavo, che ancora non avevo finito l'università.
E buttavo giù... buttavo giù il senso di solitudine, buttavo giù il dolore fisico, buttavo giù lo scoraggiamento. E fuori mostravo quello che volevo mostrare: quello che gli altri volevano vedere.

Avevo la mia doppia vita da Joker: lavoro, studio, responsabilità da un lato; pensieri, rabbia, desideri e passioni dall'altra.
Una faccia era quella per il mondo, parenti, amici, colleghi ecc e l'altra era quella per il mondo segreto.

Il mio mondo segreto dell'epoca consisteva in scritti deliranti e disperati, notti passate al computer tra video giochi e film a luci rosse e un'amica particolare, o meglio il lato oscuro di un'amica particolare...

All'inizio, quasi non feci caso al formicolio che mi si formò al piede destro. Capita alle volte: incroci le gambe, stai in una posizione sbagliata e senti le "formiche".
Mi sdraiai sul letto e iniziai a scambiare sms con la mia amica. Non ci vedevamo spesso: forse ci siamo visti 6 volte in 2 anni... Non avevo tempo. Avevo responsabilità, impegni.

Nel frattempo, il formicolio non passava, nonostante la posizione sdraiata e i movimenti che facevo per riattivare la circolazione: anzi, iniziò ad espandersi lungo la gamba... polpaccio, coscia... Ancora non ero preoccupato.

Mi preoccupai in un preciso momento: il formicolio aveva continuato a salire, invadendo tutta la parte destra del corpo. Volevo scrivere un ultimo messaggio alla mia amica: "Buona serata! Ti voglio bene!" formulò la mia testa. Mossi le dita sui tasti e poi osservai stupito il display: "Grsje akjaje, ndhwhs whwhjwelllrò," era ciò che era apparso!

Pensai ad un errore e provai a riscrivere il messaggio, ma il risultato fu ancora più confuso. Ritentai, ma la mano destra, con cui stavo scrivendo, invece di cancellare il messaggio lo inviò... la sentivo intorpidita, pesante, non più mia.

Il formicolio intanto era diventato fortissimo: tutta la parte destra del mio corpo sembrava percorsa da migliaia di insetti fastidiosi.

Capii di non stare bene, mi buttai giù dal letto e andai da mia sorella: "Non mi sento bene." Avrei voluto dire.

"Oggi canta e poi la luce antica." Queste furono le parole che pronunciai... Mia sorella mi fissò con uno sguardo tra il divertito e il dubbioso, pensando che la stessi prendendo in giro. Le bastò vedere il terrore dipingersi sul mio volto, mentre riascoltavo quelle parole senza senso appena uscite dalla mia bocca contro la mia volontà, per capire che qualcosa non andava.

Cercai di parlare ancora, ma ogni tentativo di pronunciare una frase sensata era inutile. Chiamarono l'ambulanza d'urgenza...

Feci l'errore di guardarmi allo specchio... Ed eccolo là!! Il Joker!! Proprio lui!!

La parte sinistra del mio volto era il solito viso sorridente, buono e pacifico; la parte destra era ormai contorta in un ghigno, ringhiante e sprizzante furia e dolore... Eccola lì: la parte nascosta di me, alimentata da tonnellate di sentimenti e emozioni spinte sul fondo, si era animata e reclamava ora il corpo fisico, fino ad allora esclusiva della parte luminosa. Stava prendendo possesso di me: parlava al posto mio, con frasi piene di caos, si muoveva al posto mio, in modo contorto e nervoso...

Mi afferrò la gola, cercando di farmi soffocare... nel frattempo, arrivai all'ospedale.

Non è descrivibile il terrore che provai: circondato da dottori, dalla confusione, senza la possibilità di comunicare se non con frasi senza senso. Un miracolo, fece sì che mia sorella capisse e chiamasse la mia amica, che ovviamente si stava tormentando di preoccupazione, dato che gli ultimi messaggi altro non erano stati che lettere a casaccio. Credo sia stato l'unico contatto tra i miei due mondi separati...

Il buio aumentava... sentivo fredde dita trascinarmi verso il fondo. Il mio occhio destro smise di funzionare: così il mio orecchio... Il mio mondo era ora spaccato a metà. Ed era la metà oscura ad avanzare... Seppi che stavo per morire e mi orinai addosso. Vomitai. Piansi. Gridai.

Scivolavo, scivolavo verso qualcosa che non capivo. La cosa peggiore era la lucidità: dentro di me ero perfettamente sveglio, conscio di tutto quanto mi stesse capitando. Secondo dopo secondo. Ma il corpo non rispondeva, ormai preda di quella presenza oscura che mi aveva rapito. Si era risvegliata nelle profondità oscure del mio subconscio, era venuta alla luce, mi aveva afferrato e ora mi stava trascinando giù... L'ultima cosa che vidi fu un orologio da parete... segnava le quattro del mattino.

Erano ormai sei ore che combattevo... troppe, troppe per un fisico già provato da troppo duro lavoro, studio, ancora lavoro, senza momenti per curarsi di sé... Troppe per una vita di sacrifici logoranti, di desideri repressi, di sogni chiusi a chiave in cassetti che non sarebbero mai stati aperti...

Mi arresi e, finalmente, chiusi gli occhi.

to be continued...



lunedì 4 marzo 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - Prefazione

Un giorno chiusi gli occhi e il buio mi circondò...
  
Cominciò tutto così, ma andiamo con ordine. Quella che vi sto per raccontare, è più di una storia: è una cronaca, il racconto di un viaggio strano...
  
Come mi sono ritrovato ad intraprendere questo viaggio? Cosa mi ci ha condotto? Non saprei con esattezza ma qualche idea ce l'ho.
 
Fin da piccolo, ho sempre avuto la necessità di separare me stesso. La mia vita intera è stata votata a questa separazione.
 
Da un lato la luce, dall'altro il buio. Divide et impera. Un conflitto durato una vita intera... per paura, codardia, pigrizia. Una vita intera, ho mentito e mento a me stesso: per non affrontare ciò che va affrontato, per non vedere ciò che si vede, per non sentire ciò che si sente.
 
Il lato oscuro è la parte di me che non mente, che sa, che grida e protesta: quando la parte luminosa mente e si stampa un bel sorriso in faccia, della serie "tutto va bene", la parte oscura ringhia, pianta i denti... La parte oscura desidera e sente: la parte luminosa ragiona e pensa. L'una cerca di sopraffare l'altra... in un eterno conflitto.
 
Forse siamo un po' tutti così? Abbiamo desideri (sognamo magari un lavoro diverso, vorremmo viaggiare, oppure vivere avventure, vivere liberamente la nostra sessualità e i nostri sentimenti ecc). Io ne ho, ne ho molti di questo tipo eppure scelgo consciamente di non soddisfarmi. E il lato oscuro morde. Oppure li soddisfo, ma allora è il lato luminoso che morde, sotto forma di paura o senso di colpa.
  
Ecco, questo comunque sono certamente io. E, a dirla tutta, dopo alcuni successi, ero giunto alla conclusione che andasse bene così. In fondo mi permette di sopravvivere degnamente, di schivare i colpi più duri. Chiamai questa mia doppia personalità Joker. Joker perché era il buffone, che deride i potenti fingendo di servirli. Joker, che sa prendere ogni situazione tragica con leggerezza. Joker, che sa trovare soluzioni inaspettate. Joker che è quello che nessuno vede, ma è comunque sempre in bella vista...
 
Joker... difficile da comprendere e da descrivere. Ho vissuto molti anni da Joker, finché, un giorno, accadde qualcosa di inaspettato...
 
Un giorno chiusi gli occhi e il buio mi circondò...
 
to be continued...
 

domenica 3 marzo 2013

Un po' d'ordine

Il blog, così come l'avete conosciuto fino ad ora, cambierà... Ogni cambiamento è un rischio, ma mi sento intrigato da questo nuovo esperimento.

Si rende necessario questo cambiamento a causa del disordine mentale che mi ha colpito e che ovviamente si è riflesso in questo specchio sulla mia anima.

Mi perdonerete se alcune cose sembrano ripetute: in effetti tante cose non saranno nuove, saranno solo ricollocate, come un mucchio di libri sparsi sul pavimento, che vengono messi ordinatamente sugli scaffali...