giovedì 14 marzo 2013

Alla ricerca del tesoro nascosto - III - La strada di casa

Mi strappai fuori dalla terra... e crollai al suolo, nudo, sanguinante, esausto.
Mi ci volle un po' per ritrovare la lucidità necessaria per guardarmi attorno.
Conoscevo il posto in cui mi trovavo... il cimitero di paese... I contorni erano vaghi, il cielo plumbeo solcato da fulmini.
Le montagne attorno brulle, nere, coperte di cenere anziché di neve.
 
- "Cos'è questo luogo?" Mi chiesi.
- "E' il tuo mondo, quello in cui hai seppellito tutto ciò che non volevi far vedere." Rispose la solita voce.
 
Cercai inutilmente di scacciarla dalla mente e mi tirai faticosamente in piedi. Mi incamminai...
 
- "Dove pensi di andare?" Mi chiese la voce.
- "A casa..." risposi io, voglio tornare a casa.
- "Stupido! Non c'è casa qui!"
 
Non ascoltai e arrancai. Uscii dal cimitero e presi il sentiero che passava per i campi... Conoscevo la strada, riconoscevo ogni sasso, ogni curva del sentiero.
  
I bei campi verdi della mia terra però, erano neri, aridi, battuti dal vento. La cenere sollevata oscurava il cielo, entrava nelle mie ferite e gelava il mio corpo nudo. I fulmini balenavano in questo turbinio... Voglio andare a casa, voglio andare a casa... mi ripetevo un passo dopo l'altro.
  
Una folata di vento più forte mi spinse la cenere negli occhi, accecandomi. Mi riparai con le mani e, quando le tolsi... mi trovai in un luogo diverso.

  
Ero sul crine della montagna, in un luogo che conoscevo bene. Ecco laggiù casa mia e... queste mucche...
Riconoscevo quegli animali: Giardina e Regina, le mucche che mia nonna aveva... venti anni prima. E Bill, il mio grande cane giallo... Non mi abbaiò, mi venne incontro, mi annusò e scodinzolò felice.
E in mezzo a loro, ritta nel prato, stava proprio lei, mia nonna. Ce l'avevo fatta! Ero tornato a casa!
  
- "Nonna!" la chiamai. "Nonna!"
- "Manuel?" Rispose lei guardandosi attorno. "Manuel, aù i teu?" ("Manuel, dove sei?")
- "Sei tseu!" Le risposi gridando forte. ("Sono qui!") Ma lei non mi guardò.
- "Manuel?" Chiamò di nuovo.
 
Fu allora che un bambino mi passò di fianco correndo, si fermò solo un secondo, per lanciarmi un'occhiata tra il curioso e il sospettoso. Poi raggiunse mia nonna di corsa.
- "I et un ommo to biut là." Le disse, indicamdomi. ("C'è un uomo tutto nudo là.")
 
Guardai mia nonna voltarsi verso di me e fissarmi inorridita, guardai il me stesso bambino indicarmi stupito... e poi crollai, svenuto, a terra.
 
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Sognai... o meglio, ricordai... ricordai i miei giorni di bambino, ricordi che avevo nascosto da tempo. Ricordai di quel giorno che ero al pascolo con mia nonna e un uomo sporco, nudo e ferito era arrivato zoppicando, perso e disperato. Ricordo di come mia nonna lo avesse trasportato a casa e curato. Ricordo che ero accanto a lui, quando riprese i sensi: io giocavo con i miei soldatini di legno sul pavimento di casa...
 
Mi sveglai... prima di aprire gli occhi, gustai il tepore delle coperte che mi avvolgevano. Coperte... e bende. Sentivo chiaramente di essere stato fasciato, laddove il legno della bara mi aveva ferito. Le schegge di legno erano state meticolosamente tolte. Aprii gli occhi e riconobbi il soffitto di casa di mia nonna... Ero a casa... Ero a casa?
- "Ciao!" mi voltai. Il piccolo Manuel stava in piedi accanto al letto e mi fissava. In mano un soldatino di legno.
- "Sei guarito?" Mi chiese.
Come si risponde a un sé stesso bambino, che ti chiede una cosa del genere? Aprii la bocca più volte, ma non dissi nulla.
- "Sei sveglio." La voce di mia nonna irruppe nella stanza; l'odore di minestrone la seguiva.
La guardai smarrito.
- "U predja pa..." le disse il piccolo Manuel. ("Non parla.") "Pot se fere cu sea meut." ("Può darsi che sia muto.")
- "Comprenteu tsen chi dijo?" Mi chiese allora mia nonna. "Capisci, quello che dico?" Ripeté in italiano.
Stava per passare al francese, lo sapevo: lei parlava molto bene anche quella lingua.
- "Capisco quello che dici..." risposi.
- "Chi sei?" Mi chiese allora. "Cosa è successo?"
 
Sapevo fin troppo bene cosa rispondere: 20 anni prima, da bambino, avevo sentito quelle stesse parole.
 
- "Ho perso... ho perso la strada di casa..."
Mia nonna scosse la testa...
- "Tra poco è pronto il pranzo." Mi disse. "Qui ci sono dei vestiti che dovrebbero andarti bene. Appena sei pronto, vieni di là."
 
Bastò un cenno del capo e il piccolo Manuel ritirò in fretta i soldatini e la seguì in cucina: mia nonna ha sempre saputo come farsi ubbidire.
Rimasi ancora a letto qualche minuto.
 
- "E adesso?" Mi chiese la voce nella mia testa. "Cosa pensi di fare?"
- "Mi fermerò qui." Dissi convinto. "Mi fermerò qui e aiuterò il piccolo me stesso a crescere bene, ad avere tutto ciò che non ho avuto io... Mi è sempre mancato qualcuno che mi istruisse. Qualcuno che mi indicasse la strada: quante... quante volte ho sognato di poter tornare indietro e cambiare le cose. Ora... ora ho l'oppurtunità di farlo davvero!"
- "Stupido... sai bene di non poterlo fare. Questo è il passato e il passato non si può cambiare."
- "Allora perché sono qui?"
- "Perché sei uno stupido! Sei uno stupido che non sa abbandonare il passato! E per questa tua stupidità, rimani rinchiuso nel passato e non riesci a vivere il presente!"
- "Non voglio lasciare il passato... Quando ero piccolo, tu non c'eri: la vita era più bella."
- "Non avevi ancora cominciato a seppellire i tuoi desideri e i tuoi sogni: ma avresti cominciato presto..."
- "Voglio cambiare tutto ciò. Voglio aiutare quel bambino, avvertirlo su cosa lo aspetta, su quali scelte dovrà fare."
- "Non puoi, anche volendo. Il passato è passato, non si può cambiare: ma vedere il passato nella giusta prospettiva, può farti capire il presente."
- "Non voglio più starti a sentire!" Sbottai infine.
- "Non puoi farmi tacere... non più! Mi hai messo a tacere per tanti anni, seppellendomi quaggiù, ma quaggiù comando io e tu non ci puoi fare niente!"
 
Mi alzai e indossai i vestiti che mia nonna mi aveva preparato.
Raggiunsi lei e il piccolo Manuel e mi sedetti a tavola con loro. Mangiai e ad ogni boccone sentivo ritornare le mie forze. Bill si accucciò ai miei piedi...
- "Strano..." Disse Manuel. "Di solito fa così solo con me, vero nonna?"
- "Vero." Confermò mia nonna. "E' come se... ti conoscesse da sempre."
Ed era così: io e Bill eravamo nati lo stesso giorno. Eravamo cresciuti insieme... era la mia baby sitter quando ero bambino. Misi il piede sotto il tavolo e gli strofinai la pancia: ricordavo quanto gli piacesse e infatti lui si rotolò felice sulla schiena.
 
- "Non dovresti essere qui." Disse mia nonna... "Capisco un segno del cielo quando lo vedo. Dio ti ha mandato qui perché ti curassi e perché tu potessi rimetterti in forze. Ora sento però, che non ti fermerai qui. Sei un'anima in pena e le anime in pena non si fermano mai..."
Ricordavo quelle parole di mia nonna, rivolte allo sconosciuto venuto da chissà dove...
 
- "Io..." Risposi, abbassando lo sguardo. "Io ho perduto la strada di casa... l'ho perduta e pensavo di averla ritrovata... L'ho ritrovata qui..."
- "Qui è la tua casa. Lo sarà sempre. La tua casa non l'hai perduta: hai perduto però la tua anima... e ora la devi ritrovare. E qui non c'è. Non è qui il tuo posto, ora. Pregherò per te, affinché Dio ti conduca sulla giusta strada."
Non dissi nulla... sapevo che aveva ragione. La guardai in silenzio, mentre mi preparava un sacco, con pane nero, carne secca e frutta.
 
- "Dove andrò ora?" Dissi a me stesso.
- "Dove ti condurrà la sorte, alla ricerca di ciò che hai perduto." Rispose la voce nella mia testa.

- "E' questa la lezione che devo impare oggi? Che bisogna lasciarsi il passato alle spalle?"
 
Ringraziai mia nonna per le cure e le provviste e feci per avviarmi, ma giunto alla porta una voce mi chiamò.
- "Aspetta! Aspetta!" Il piccolo Manuel mi corse incontro. "Prendi questa!" E mi diede una piccola scatoletta di metallo.
- "Che cos'è?" Gli chiesi.
- "E' la mia bussola. Ti aiuterà a trovare la strada! Serve a questo una bussola sai? Quando vado in giro per le mie avventure, mi riporta sempre sulla strada di casa."
Presi la scatoletta e la aprii... Gli occhi mi si riempirono di lacrime: riconobbi all'istante quell'oggetto. La bussola che mio papà mi aveva regalato quando ero piccolo! Allora non l'avevo persa! L'avevo data a quel vagabondo sconosciuto, perché ritrovasse la strada!
 
Mi inginocchiai.
- "Un giorno, tra tanti anni, te la restituirò. Te lo giuro." Gli dissi. "Sei un bravo bambino. Lo dimenticherai tra qualche anno, ma arriverà un giorno in cui ti guarderai indietro e un bambino ti ricorderà di nuovo chi sei."
Il piccolo Manuel mi guardò senza capire...
- "Beh, allora ciao!" Mi disse solo e corse via.
 
Allora mi misi lo zaino in spalla e lasciai la mia casa tra le montagne.
 
- "Ti sei deciso a partire finalmente!" Mi disse il Joker nella mia testa.
- "Ho trovato quello per cui ero venuto..." Risposi io.
- "Ah sì, cosa hai trovato?"
- "Ho ritrovato la mia bussola. Ora posso cercare la mia strada!"

to be continued


10 commenti:

  1. buongiorno...mi ricorda tanto se lo vogliamo chiamare un mio "sogno"....
    Si fa interessante,aspetto la continuazione :-)

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  2. Sono curiosa anche io di continuare a leggere. A me è venuto in mente un romanzo letto l'anno scorso: "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo". Mi era piaciuto tantissimo.

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  3. A volte si pensa di aver smarrito la bussola, ma semplicemente in quel momento non ci interessa sapere dove stiamo andando perchè quello che ci fa soffrire ci disorienta. E poi arriva un bel giorno in cui ci si rende conto che in realtà quel dolore ci ha cambiati e che non ci eravamo persi ma stavamo seminando i frutti per un nuovo risveglio altrettando rigoglioso!
    Difficile percorrere sempre la propria strada nel modo che vorremmo, ma troppo difficile non tentare neanche.
    Eh affrontare il mondo con gli occhi di un bambino di sicuro ci renderebbe degli adulti più sereni e meno ingarbugliati in questi meccanismi mentali che ci sfiniscono e ci rubano tanto tempo per noi stessi..."I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta".
    Che gioia ogni volta la tua penna!:-))

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    1. Troppo buono.
      Non tentare nemmeno, purtroppo, a volte è fin troppo facile. Stare a marcire con la nostra piccola "non-vita" è meno doloroso e più rassicurante che non metterci in gioco.

      Vedere il mondo con gli occhi di un bambino... a volte non si può, non per occhi che hanno visto troppe cose.

      Un abbraccio

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  4. Il post più bello di tutti...quanti bei ricordi..le nostre lunghe chiacchierate con te che rimproveravi o rassicuravi tua nonna in patoi...troppo bello quel dialetto e il tuo accento mi faceva sussultare il cuore e lo ammetto...se ci penso anche adesso! Ti voglio troppo bene e ringrazio sempre chi ha voluto che ci incontrassimo..beso!/

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  5. Aspetto sempre la contiuazione :-)...ciao

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  6. Come promesso...Jung pensava che ogni uomo avesse un lato oscuro della sua personalità che chiamava "ombra". Essa conteneva tutti gli aspetti rimossi della personalità stessa (le parti odiose, quelle sadiche, ecc). Secondo Jung ognuno aveva l'obbligo di rendersi pienamente conto del proprio lato-ombra. Ma pochissimi lo fanno. Preferiamo crederci persone per bene che non hanno alcun desiderio di uccidere, mutilare, violentare, saccheggiare. Sempre secondo Jung se non accetti il tuo lato ombra finirà per dominarti.
    Le due facce di ognuno di noi che si rincorrono tutta la vita: una volta mangia più polvere l'una e un'altra volta l'altra, ma sono sempre lì ed è difficilissimo far finta di niente!
    ...riflessione di una lettura...:-))

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  7. buona riflessione su cui riflettere
    Ciao :-)

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  8. Grazie Carolina....ciao :-))

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