martedì 12 febbraio 2013

Il progetto caos

X si avvicinò alla finestra e guardò giù: dalle finestre del suo open-space, al terzo piano dell'edificio in cui lavorava, vi era una perfetta visuale del piazzale sottostante. I colleghi gli diedero solo un'occhiata fugace, indifferenti, prima di tornare ad abbassare la testa sui loro monitor.
 
Poi X aprì la finestra e allora qualche collega alzò lo sguardo incuriosito... X tornò verso la sua scrivania, staccò il portatile dai suoi cavi senza neppure spegnerlo o chiuderlo e lo lanciò fuori dalla finestra aperta. Quale fu lo stupore di chi osservò la scena! Alcuni colleghi corsero alla finestra, altri lo videro da fuori, mentre l'oggetto volteggiava attraversando i piani, precipitando, come un uccello ferito, abbattuto... Con tutti i suoi chips, bits, tasti e quant'altro; con l'immagine dello screen saver con i pesciolini, che nuotavano allegri ed ignari di quanto stava accadendo; con tutti i suoi gigabytes di dati immagazzinati; l'oggetto vorticò su sé stesso mentre volava incontro al suo destino e si schiantò infine al suolo, sfracellandosi in mille pezzi.
 
Si alzarono grida di sgomento e sorpresa, solo allora, come se durante il volo tutti avessero trattenuto il respiro, quasi si aspettassero che il portatile aprisse le ali e spiccasse il volo. Ma no, lo schianto sul cemento del piazzale risuona secco. Qualcuno, dai piani sottostanti si affaccia.
 
X è felice: x non è più un mister x qualsiasi, con una vita x, con una routine x. X non vuole essere un rivoluzionario, a X non frega niente di avere un titolo sui giornali.
X è stanco, stanco di essere una marionetta, stanco di essere manovrato, stanco di essere un numero in una statistica, stanco di essere un piccoli ingranaggio del sistema marcio che si mangia la sua vita, un'ora alla volta. X ha rivisto le sue priorità e, che diamine, quel portatile sulla sua scrivania aveva una forma così aerodinamica...
 
Y e Z osservano X: si è appoggiato alla finestra aperta e sospira... sospira di sollievo, come se si fosse tolto dalle spalle un gran peso. Y si sente prudere le mani... e guarda il suo pc. E' un fisso, ma non è poi così pesante. Pochi istanti dopo, è già in volo, seguito pochi momenti dopo dal monitor ultra piatto, tastiera, mouse e cellulare.
 
Z aveva già il telefono in mano, per chiamare la sicurezze: "Pronto? Pronto? Che succede?!" sbraita la voce della guardia all'altro capo, ma Z non risponde... Z avrebbe voluto avvertire che lì stavano impazzendo e stavano distruggendo i preziosi strumenti aziendali! E invece Z dice: "Hai mai provato l'emozione del volo? Provala!" E lancia il telefono fuori dalla finestra...
 
Gli sguardi mutano rapidamente... ogni schianto al suolo è una catena che viene infranta: ogni lancio è una liberazione dell'anima. Che sollievo, che benessere si prova! La vita stressante e sempre uguale ti spegne... invece quel gioco ti fa sentire vivo, eccitato, ogni macchinario infernale che trova la via del cielo è come una scarica elettrica, come una bruciante sensazione di libertà, come il ricordo di qualcosa di selvaggio e indomito, rimasto sopito troppo tempo.
 
Nel frattempo, anche dai palazzi vicini, iniziano a piovere i primi computer, stampanti, telefoni: gli uffici vengono sgombrati dai soliti rumori di tasti, di fax, di suonerie. Il piazzale è ormai un cimitero di chips e schede e cavi e relitti contorti. Non c'è da preoccuparsi... puliranno, raccoglieranno tutto e lo smaltiranno correttamente. Anzi, già che ci sarà da lavorare, prenderanno un piccone, spaccheranno l'asfalto e il cemento, porteranno terra, pianteranno orti e alberi.
 
Ma quello verrà dopo... Ora la gente è troppo presa dall'euforia, da quella ritrovata serenità. Il futuro prima così chiaro e piatto, ora è di nuovo incerto... ma nessuno ne sembra spaventato, anzi, pare di respirare ogni momento...
 
Qualcuno ha con sé una chitarra e inizia a suonare: c'è chi balla, c'è chi canta. I pacchi di fogli bianchi vengono aperti, vengono colorati, ritagliati, appesi, come addobbi di una festa. Le finestre degli edifici si colorano improvvisamente, da un ufficio all'altro le persone si salutano gioiose.
 
Si esce, ci si abbraccia: stiamo cambiando il mondo, dice qualcuno. Cosa sarà domani? Chi lo sa... Cosa faremo adesso? Ha davvero importanza?
Le persone si riversano nelle strade, intasate dal traffico: all'inizio qualcuno suona... Mi fate perdere tempo!! Ma la strada si blocca e come non farsi coinvolgere dall'allegria che dilaga. Pazienza, pensa qualcuno, oggi non andrò a lavoro.
 
Viene accesa un'autoradio, le persone ballano sulle auto: i negozi aprono le loro porte, i bar e i locali portano da bere e da mangiare. Chi paga? Abbiamo passato la vita ad accumulare ogni ora della nostra vita, prenderemo da là per ora, poi si vedrà...
 
Tutti sono sorpresi, tutti si guardano stupiti per quello che sta accadendo. Gli unici a non far caso al cambiamento, sono i bambini. Per loro è solo un gioco divertente, finalmente. Finalmente i grandi non sono sempre incavolati, finalmente i grandi giocano con loro, finalmente i grandi hanno smesso di litigare e sorridono e ridono e si divertono!
 
Oggi il mondo si ferma: così, senza motivo. Oggi è il giorno del progetto caos. Che progetto è? E' un progetto senza date, perché è caos: è un progetto senza punti fermi, perché è caos; è un progetto senza regole precise, perché è caos. Eppure è maturato, è cresciuto dentro la gente stanca delle date, degli orari, dei punti fermi, delle regole... Oggi è il giorno del progetto caos, oggi il mondo si ferma.
 
Gli operai spengono i macchinari delle loro fabbriche, sotto gli occhi allucinati di contabili e dirigenti: ma bastano pochi minuti, perché anche questi li seguano. Tutti, di ogni grado e titolo, tutti scendono in strada a ballare, mangiare, bere, festeggiare... tutti uguali sotto il sole. Tutti si abbracciano e ridono. Forse domani sarà dura, perché ogni cambiamento è difficile... E non è festa per tutti, perché negli ospedali tanta gente sta male, ma finalmente sono i problemi veri ad essere importanti, finalmente sono le persone e le loro emozioni, ad essere importanti. E per questo la gente fa festa.
 
Oggi è il giorno, del progetto caos...




mercoledì 6 febbraio 2013

Il sogno della civiltà

L'uomo della foresta fece un sogno e, seguendo quel sogno, lasciò la foresta e raggiunse la civiltà.

La civiltà ha puntato a grandi obiettivi: ha tolto l'uomo della foresta dalla continua necessità della ricerca del cibo, della sopravvivenza immediata. E così l'uomo della foresta ha scoperto di essere di più: si è accorto di cercare di più, del semplice pasto per la giornata. Si è accorto di sognare, di poter immaginare, di poter creare. L'uomo della foresta ha scoperto che non ha bisogno solo di cibo, per nutrirsi, ma anche di amore.

La civiltà ha l'obiettivo di portare l'uomo alla sua più vera essenza. La civiltà, di fatto, significa che tante e tante persone devono convivere, aiutandosi le une le altre. Significa seguire delle regole.

L'uomo della foresta è libero senza regole, se non quelle della natura.

La civiltà ha l'obiettivo di creare regole, che proteggano e garantiscano la libertà di tutti.
La civiltà ti impedisce di strappare un fiore e forse pensi che limita la tua libertà: ma facendolo, da la libertà a tutti di vedere, osservare, godere di quel fiore.

La civiltà ha l'obiettivo di farti lavorare e tu pensi che limiti la tua libertà: ma col tuo mestiere, crei gli strumenti con cui gli altri sono liberi e gli altri creano strumenti che permettono a te di essere libero.
La civiltà ha inventato il denaro, che ha l'obiettivo di essere il valore del tuo lavoro e della tua libertà.

La civiltà ha l'obiettivo di dare a tutti doveri, perché tutti possano avere diritti: la civiltà deve unire le forze, perché tutti possano essere liberi.
Perché se nessuno rispetta le regole, se tutti prendono senza chiedere, se nessuno protegge il tuo lavoro e ne riconosce il valore... allora non può esserci civiltà.
La civiltà è lo strumento che può spingerci a sognare.
Quante opportunità crea, la civiltà: si può essere qualunque cosa, si può compiere qualunque impresa, si possono seguire le proprie passioni e i propri sogni. La civiltà è una grande cosa...
 
Allora, perché c'è tanta tristezza? Tanto odio? Mai come ora l'uomo ha avuto civiltà, possibilità, capacità, conoscienze... Perché non trova la gioia e la pace?
 
E' la paura... per quante cosa abbia, l'uomo civile ha paura. Paura di perdere quello che ha, paura di non avere abbastanza per vivere, paura di essere escluso dalla civiltà... E così lavora, lavora, lavora, per avere civiltà, sempre più civiltà. Si ingozza di civiltà, si affoga di civiltà, ma non riesce a riempire il vuoto che ha dentro.
Molte persone non hanno capito... non hanno capito che la civiltà non è il fine: la civiltà è il mezzo con cui raggiungere l'amore.
 
L'umanità ha fame di amore... ma l'uomo civile l'ha dimenticato e cerca di saziarsi con "il mezzo" con la civiltà stessa. E si arrabbia, e crea la proprietà, il possesso, le guerre per possedere di più, uccide per possedere, possedere cose, ma anche potere, persone... La paura spinge l'uomo ad aggrapparsi alla civiltà, mentre la civiltà dovrebbe solo l'unione delle forze e delle idee, per spronare ad amare, per fare sì che tutti abbiano amore.
 
La paura rende cieca l'umanità... e l'umanità ha dimenticato cos'è l'amore. Vengono fatte molte leggi per aumentare la civiltà, per avere più cose, più divertimenti, più lavoro, più denaro, più cibo, più medicine... ma nessuna legge viene fatta per diffondere amore. L'amore fa donare e chi ha di più si troverebbe ad avere di meno. E questo fa paura...
L'amore fa condividere, rende vulnerabili, poveri... e questo fa paura.
L'amore fa aiutare, fa rischiare...
 
La civiltà doveva essere basata sull'amore e così era forse nelle idee di chi l'ha inventata. La paura invece ha basato la civiltà sul possesso: tutti vogliono possedere, avere... e allora si è tristi. Più possediamo, più siamo tristi...
 
Abbiamo fame, sentiamo quel grande vuoto dentro che tutta la civiltà di questo mondo non può colmare.
 
Tu, uomo della foresta, hai visto dei limiti nella tua vita: la continua ricerca di cibo ti impediva di sfruttare tutto il potenziale che c'era in te. Senza civiltà non avresti mai composto poemi, costruito meravigliose città, scoperto cure per tanti mali, conquistato le terre, il mare e perfino il cielo. Senza la civiltà non avresti scoperto i sogni.
 
Tu, uomo civile, che hai gli strumenti per rendere possibile il sogno dell'uomo della foresta, perché ti fai bloccare dalla paura? Perché ti fai divorare dal bisogno di possedere, di avere, sempre di più? Guarda il mondo, è quella la tua casa; guarda le persone, sono loro la tua famiglia. Sei uscito dalla foresta per coltivare i sogni, per vivere l'amore, per guardare le stelle e scrivere poemi.
 
Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza...*



*Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI

venerdì 1 febbraio 2013

Le parole mi possiedono

Io sono ombre
Io sono il pozzo profondo...
Una volta sono morto, e sono rinato,
ma un pezzo di me è rimasto là.
La porta è stata aperta,
sull'ignoto immenso che c'è là,
fuori, dentro, lontano, vicino...
Oscuro...
L'oscurità mi attrae,
l'oscurità mi terrorizza.
Io sono l'oscurità,
io sono il fondo di quel pozzo,
io sono l'ombra che mi insegue,
io sono l'ombra che mi avvolge...

Io sono il brivido
che mi fa vibrare la pelle,
io sono il rombo sordo
del mio cuore al galoppo.

Io sono le fredde dita
del terrore che mi si piantano
nello stomaco.
Io sono un derelitto famelico,
cagna secca e ringhiante,
alla caccia di corpi da spolpare,
per riempire il mio vuoto incolmabile.

Sono fantasma urlante e disperato,
che perseguita le mie notti...

Sono caos e sono terrore...
Sono il lato oscuro!



mercoledì 30 gennaio 2013

Incubi

Una grande piramide... no, più una scalinata a gradoni. In sogno le cose non sono mai così chiare... E' una scalinata sì, con i gradini sempre più stretti e sulla sommità c'è una porta, o un portale, non saprei... Una grande luce bianca, so che è una porta.
      
Un bambino corre, sale le scale affannato e terrorizzato. Corre. Corre verso la luce, la porta che sta sulla cima. Corre... e il mondo lo insegue. Una folla immensa... io so che quello è il mondo. La folla lo insegue, inferocita e il bambino corre, cerca di raggiungere la cima...
     
Non ci riuscirà: mentre osservo la scena, sono allo stesso tempo il bambino, la folla infuriata e uno spettatore lontano... E so che il bambino in fuga non riuscirà a fuggire dal mondo. La folla lo raggiunge e la scena è terribile...
      
Sono spettatore, come in un cinema: l'inquadratura si sposta più lontano, più vicino. La violenza della folla è terribile, ingiustificata, insensata: un odio cieco, ma diabolicamente misurato al tempo stesso... Misurata per far soffrire, il più a lungo possibile. E nessuno, nessuno, in quell'immensa folla, dimostra pietà per quel bambino torturato e colpito. Un bambino senza colpa, macellato lentamente... e nessuno prova pietà, anzi, la folla esulta e incita gli aguzzini.
     
Dio... perché questo sogno è così chiaro?! Perché dura così a lungo?! Vorrei non guardare, ma non posso evitarlo... Quando mi sveglio nel cuore della notte, il bambino è ancora vivo e... mi dispiace per questo. Avrei voluto che morisse, velocemente... invece quando il sogno si interrompe, lui è ancora vivo...
   
Appena mi rendo conto di essere tornato nel mio letto, mi assale con chiarezza un pensiero: "Io morirò."
Non so come, non so quando, ma prima o poi succederà. Lo so, lo sappiamo sempre, eppure in questo particolare momento è più chiaro, come se fosse più vero... Tocca in profondità, in quelle zone di solito difese dalla razionalità... 
     
Incubi... incubi come questo disturbano le mie notti. E mi chiedo se hanno un senso...
    
Forse ho scavato troppo a lungo, troppo in profondità, nell'oscurità del mio inconscio... forse ho aperto porte che avrei dovuto tenere chiuse...
  
  

lunedì 21 gennaio 2013

Granelli di sabbia

Sabbia... sabbia fine che mi scivola tra le dita...
 
Sono alcuni giorni che questa immagine mi insegue. La vita è sabbia, sabbia fine e bianca che mi scorre tra le dita...
 
Riflettevo sulle cose che ho, che mi sono successe, che ho imparato... e ho capito due cose fondamentale di me: la prima è che io amo ogni cosa. Amo tutto della vita, amo tutti coloro che ne fanno parte, amo gli avvenimenti, le esperienze, le cose che ho imparato e quelle ancora da imparare. La seconda cosa che ho scoperto di me stesso, è che non so scegliere...
 
Bianco o nero? Tutti e due. Responsabile o folle? Entrambi? Mare, montagna, pianura, barca, scalate, sci, astronomia, cucina o meccanica? Tutti li voglio... Esco con questo amico o quest'altro? Meglio rapper o punk bestia? Donna sensuale, docile e coccolosa o maschiaccio con capelli corti e tatuaggi?
 
Eccolo lì, il punto debole del Joker... il mio nervo scoperto, il mio tallone d'Achille... Il grande e unico dilemma che può tormentare ciò che sono. Io voglio tutto, io voglio ogni cosa, io voglio essere ovunque, fare tutto, avere tutto... e tutti. Un Joker (o jolly) che può essere ogni cosa, prendere il posto di ogni altra carta...
 
E' come se ogni persona, ogni istante, ogni esperienza, sia sabbia... Io vogli prenderla tutta, tenerla tutta con me. Ogni singolo granello è prezioso. E' la mia sabbia, è la mia vita... non ne voglio perdere nemmeno un granello.
 
Ma la vita scivola... è fine... I granelli scivolano tra le mie dita, non riesco a trattenerli tutti... E' sabbia bianca, fine, morbida... è la mia vita che scorre tra le mie dita e io non la posso fermare.
 
E alla fine tutto ciò che riempie il mio cuore si sbriciola e scivola via... come in una grande clessidra...
 
E' la cosa che più mi fa male... La vita scorre e le cose che ne fanno parte vanno perse...
E' così triste invecchiare, è così triste lasciarsi alle spalle la vita... La vita è così bella, ci sono così tante cose da fare, così tante persone da conoscere...
   
E se di dieci, cento, mille cose, una vita consente di farne solo tre, o quattro... come scegliere? Come posso dire: "Questo, piuttosto che quest'altro". Si sceglie certo, si sceglie per forza... ma tutto ciò che non si è scelto resta lì, rimpianto, domanda eterna "come sarebbe stato se"...
   
Lo so, è la vita: l'asprezza della scelta è ciò che da importanza alle cose, è ciò che ci fa scoprire chi siamo, cos'è davvero importante, ciò che ci rende unici... e poi? Dopo queste scelte, scelte a volte dettate dal caso, da dove siamo nati, da cosa ci è stato insegnato... cosa resta dopo? Cosa rimarrà tra cento anni delle nostre scelte così difficili, delle cose a cui abbiamo rinunciato a favore di quelle che abbiamo tenuto e che comunque dopo un periodo di tempo abbiamo perso comunque? Che valore hanno davvero quelle scelte, se comunque la nostra vita è destinata a concludersi e tutto ciò che siamo stati a sparire?
 
Sì, il Joker ha paura della morte. Il Joker ha paura del tempo che scorre... Non della fine in sé, ma del disfacimento, della sabbia che scorre, di quel granello che prima era nella mia mano brillante e poi è scivolato via, diventando un ricordo... E' così... alla fine ogni cosa diventa un ricordo e ciò che rimarrà sarà una pace tranquilla, abitata da un mare di ricordi. Un deserto sconfinato di sabbia, la sabbia che mi è scivolata via tra le dita...



sabato 12 gennaio 2013

La voglio piena di guai

Parlo della vita.
  
Viene spesso da arrabbiarsi, contro i colpi che la vita ci infligge. Malasorte, sfiga, scalogna, malocchio... la sfortuna ha molti nomi. E, a differenza della cieca controparte, sembra vederci benissimo e avere una mira infallibile...
   
A me non piace parlare di sfortuna: preferisco usare il termine "guaio".
   
Recita il wikizionario: situazione spiacevole che può evolversi positivamente o negativamente.
 
Evolversi... secondo me è questa la parola chiave. Il "guaio" non è una situazione statica, imposta ed immutabile. Muta, cambia, si muove e va verso una direzione...
  
Quando si parla di sfortuna, si parla del passato: "Sono sfortunato/a e quindi mi ritrovo così." e basta. E' un modo di dire che mi fa pensare a qualcosa di definitivo, una sentenza senza appello.
  
Invece, "Mi trovo in una situazione spiacevole che può evolversi positivamente o negativamente.", mi fa pensare che la partita è solo all'inizio. E' arrivata una sfida, non sono già sconfitto: la sorte mi ha lanciato il suo guanto e mi invita alla lotta. E potrò vincere o perdere, ma di sicuro posso combattere.
  
Starà a me decidere come e con che mezzi, di solito ad un guaio non ci si può preparare... arriva improvviso. Proprio per questo però, è anche uno strumento straordinario. La sorte ha una grande fantasia nel tormentarci: per quante noi ne pensiamo, lei ne penserà sempre una di più...
  
E se decidiamo di combattere... combattere per vincere, allora accade qualcosa di straordinario: limiti che pensavamo di avere svaniscono, capacità che non sapevamo di avere appaiono, parole che non avremmo mai pensato di dire escono dalla nostra bocca, decisioni che non avremmo mai saputo prendere sono solo un battito di ciglia...
   
Qui non è come fare sport... in palio non c'è un premio per il più bravo. In uno sport si da il 100% per la vittoria, si cerca di superare l'avversario con onore e rispettando le regole prestabilite di un gioco...
  
Contro la sorte non c'è regola, contro la sorte non c'è premio: c'è solo la vittoria, perché l'alternativa è l'annientamento. Allora, non si da più il 100%, ma il 110%, il 150%, il 200%! Si scava dentro sé stessi, si tira fuori tutto e quando il tutto è finito, si tira fuori anche quello che non si sapeva di avere...
   
E' una battaglia senza regole, senza riserve, senza risparmio, dove chi avevamo creduto di essere svanisce e scopriamo chi siamo per davvero. Le maschere vengono infrante, i veli cadono, siamo nudi di fronte alla vita, colpiti, umiliati, coperti di cicatrici ed insanguinati... ma bellissimi e luccicanti nell'armatura della nostra pelle, che scopriamo essere dura, più dura dell'acciaio, più dura dell'adamantio, più dura di ogni materiale mai forgiato dall'uomo.
  
L'involucro che pensavamo ci proteggesse è in mille pezzi... ma sotto di esso, scopriamo un essere nuovo, quasi soprannaturale, capace di fare cose che non avremmo mai creduto possibili, capace di compiere imprese, che pensavamo relegate al mondo della fantasia.
  
A questo servono i guai... a spingerci dove non saremmo mai andati di nostra volontà, ad affrontare le nostre paure, a vincere i nostri demoni.
  
E allora, mentre sfido la sorte fissandola dritto negli occhi, penso ad una canzone...
  
VOGLIO UNA VITA, LA VOGLIO PIENA DI GUAI!
   
   
 
 

giovedì 3 gennaio 2013

La ruota di scorta

Mi è capitato, di recente, di sentire questa discussione.
 
- "Non voglio essere la ruota di scorta."
 
E' un bisogno delle persone sentirsi al centro dell'attenzione, sapere di essere la prima scelta.
"Voglio uscire con questo/questa, ma se lui/lei non ci sta, vengo con te." Apriti cielo!
"Mi cerchi solo quando ti fa comodo!"
 
Eccetera eccetera.
 
Così mi sono ritrovato a pensare alla ruota di scorta, quella vera. Rimane là, chiusa nel bagagliaio... ignorata, dimenticata. Le 4 ruote sono sempre al centro dell'attenzione, sempre curata, gonfiate, considerate... La ruota di scorta no. La ruota di scorta non sappiamo neppure di averla... fino a ché, non ne abbiamo bisogno.
 
Allora, ecco che improvvisamente ci torna alla memoria. E siamo contenti di averla! In quel momento, la sua importanza supera quella di tutte le altre. Non ci ricorderemo mai esattamente quando abbiamo preso le gomme, o di ogni giorno che le abbiamo usate: ma se ci capita di bucare, non dimenticheremo mai il momento in cui abbiamo fatto ricorso alla ruota di scorta. Lo racconteremo agli amici, ai familiari...
 
"Quella volta che ho bucato! Meno male che c'era la ruota di scorta..."
 
Diciamocelo, quale altra ruota gode di un simile privilegio?
 
E così vale per le persone... magari nella nostra vita abbiamo persone che sono "ruote di scorta". O noi siamo la ruota di scorta di qualcuno... E allora? Che c'è di male? Penso che sia un grande privilegio fare la ruota di scorta. Essere la ruota di scorta significa certo che non siamo importanti nella vita di una certa persona... solitamente: ma se questa persona "buca", ha bisogno di noi, allora ecco che diventiamo immensamente importanti!
 
E avere una ruota di scorta... che c'è di male? Una persona a cui non pensiamo solitamente, ma che all'occorrenza diventa importantissima. Non ci ricordiamo nemmeno che esista... fino a quando buchiamo e allora ecco... Finito il problema, sparirà di nuovo, tornerà nell'oblio: a nessuno verrebbe in mente di sostituire una ruota "classica" con la ruota di scorta. Anche perché, a quel punto, smetterebbe di essere "di scorta"...
 
So che sembra un discorso egoista, crudele, che non segue le morali di rispetto e considerazione del prossimo... eppure sono lo stesso affascinato da questo ruolo. Mi è capitato di essere una ruota di scorta e l'ho vissuto con grande piacere. Mi è capitato di avere ruote di scorta e le ho considerate importantissime.
 
Si può anche essere reciprocamente "ruote di scorta". Io faccio la tua ruota di scorta, tu fai la mia: quando uno dei due rimane a piedi, può contare sull'altro e viceversa... Al di fuori delle emergenze, però, ognuno ha il suo mondo e la sua vita e l'uno non è consapevole della presenza dell'altro.
  
Quello della "ruota di scorta" è secondo me un grado elevatissimo di amicizia, di amore, di umiltà...
  
Pensateci la prossima volta che sarete "la ruota di scorta" di qualcuno e avrete voglia di arrabbiarvi: chissà, magari se vi ricorderete delle mie parole, avrete piuttosto voglia di sorridere e vi sentirete importanti come mai nella vita.